La serra solare tra uso, forma e tecnologia
Giorgio Cucco
La serra solare tra uso, forma e tecnologia.
Rel. Maria Barelli, Barbara Melis. Politecnico di Torino, Corso di laurea specialistica in Architettura (Costruzione), 2009
Abstract
LA SITUAZIONE AMBIENTALE E LA NECESSITÀ DI UNO SVILUPPO SOSTENIBILE
Oggi i cambiamenti climatici riscontrati a partire dal secolo scorso diventano sempre più evidenti.
Da molti decenni gli esperti mettono in guardia contro gli effetti irreversibili, per il pianeta e per gli uomini che lo abitano, di quattro macro-fenomeni, lo spreco di materie prime, l'abuso dì fonti di energia fossile, l'inquinamento dell'aria, dell'acqua e del suolo, e infine la produzione di una insostenibile quantità di rifiuti. A ciò si deve sommare il rapido aumento della popolazione della terra che è passata da circa 1,5 miliardi di persone del 1900 ai sei miliardi del 2000. La crescita esponenziale del numero di esseri umani che si dividono il pianeta pone, tra gli altri, problemi legati al loro nutrimento, alla loro necessità di una casa e alla qualità della loro vita, soprattutto nelle regioni meno sviluppate dove l'aumento della popolazione continua ad essere elevato. Nello stesso tempo l'impiego di materie prime e delle fonti di energia fossile ha conosciuto una progressione incontrollata che rischia di compromettere a breve termine lo sviluppo delle generazioni future1.
A livello mondiale e ai tassi di consumo attuali il rapporto riserve/produzione indica che il petrolio tenderebbe ad esaurirsi in circa 40 anni, il gas naturale in 65 anni e il carbone in 155 anni2. Tali numeri devono essere considerati come puramente indicativi, poiché va tenuto in conto che di anno in anno variano sia la quantità di riserve che la produzione, ma forniscono un metro di giudizio per comprendere la necessità di una rapida svolta verso l'impiego di risorse energetiche di tipo rinnovabile.
L'utilizzo a scala mondiale dei combustibili fossili è una delle principali fonti di inquinamento dell'acqua e dell'aria. Il riscaldamento del pianeta osservato dai climatologi, e che in un primo momento è stato considerato con scetticismo, è essenzialmente legato dell'aumento del fenomeno dell'effetto sena3 provocato a sua volta dall'ampio uso dei combustibili fossili.
Nel corso del '900 la temperatura media del pianeta è aumentata di 0,3-0,6°C e il livello degli oceani è salito da 15 a 25 centimetri. Questi fenomeni non sono assolutamente finiti, anzi si prevede una loro sostanziale accentuazione nei prossimi decenni. Se non verranno rapidamente prese delle misure efficaci è plausibile aspettarsi, nel corso del XXI secolo, un aumento delle temperature medie da 2 a 5°Ce un ulteriore innalzamento del livello degli oceani. Questi cambiamenti climatici hanno molte conseguenze, di cui l'opinione pubblica ha cominciato solamente nell'ultimo decennio a comprendere la gravità: fusione delle calotte glaciali, inondazioni, desertificazione, tifoni e uragani improvvisi.
Secondo il rapporto del MIES4 (Mission ìnterministérielle surl'effet de serre, Francia) sui potenziali impatti del cambiamento climatico, la concentrazione di anidride carbonica (CO2), responsabile di circa il 60% dell'effetto serra, è aumentata dei 30% dal 1750. Questuata che corrisponde agli albori dell'era industriale, serve da confronto per studiare le modifiche della composizione dell'atmosfera dovute alle attività umana Infatti fino ad allora l'atmosfera presentava una composizione relativamente simile a quella originaria, mentre attualmente enormi quantità di CO2, causate dall'ampio uso di combustibili fossili, vengono riversate quotidianamente nell'atmosfera e, insieme ad altri gas prodotti dalle attività umane, contribuiscono a peggiorare la situazione incrementando l'effetto serra e collaborando così ad un continuo surriscaldamento del pianeta che produce preoccupanti cambiamenti climatici.
Non è certo questa la prima volta che l'uomo pensa con preoccupazione al futuro dell'umanità.
Nel passato la natura aveva minacciato più volte la sopravvivenza umana, volta per volta in partì diverse del mondo allora conosciuto, per effetto di pestilenze, carestie e altri fenomeni naturali.
Oggi però la minaccia viene dall'uomo stesso, dalle sue attività, dal suo sviluppo e riguarda tutti.
Ancora, per la prima volta non è più la natura che minaccia l'uomo, ma l'uomo che minaccia la natura.
Il primo grido dall'arme, forse esagerato, è venuto dal rapporto sui "Limiti dello sviluppo" commissionato al Massachusetts Institute of Technology dal Club di Roma e pubblicato nel 1972, che poneva soprattutto in risalto la limitatezza delle risorse naturali, come le principali materie prime e i combustibili fossili, ma indicava anche i limiti derivanti dalla capacità dell'ambiente di assorbire emissioni e rifiuti. La crisi energetica dell'anno successivo, dovuta alla riduzione dell'approvvigionamento di combustibili fossili dei paesi più sviluppati ed in particolare di quelli europei a causa della guerra arabo-israeliana aumentò la risonanza del messaggio contenuto nel rapporto sui "Limiti dello sviluppo".
Anche se le più pessimistiche conclusioni di questo rapporto, che non tenevano conto della possibilità dello sviluppo tecnologico di sostituire risorse e materie prime scarse con altre abbondanti, non sono state confermate dai fatti, un primo monito era stato lanciato, che ebbe notevole risonanza sull'opinione pubblica più attenta.
Poco dopo, nel 1977, fu costituita negli Stati Uniti una commissione presieduta dall'antropologo Margaret Meade con l'intento di studiare e definire l'influenza delle attività umane sul clima. I risultati di quegli studi mostrarono come in un futuro non molto remoto, le conseguenze delle attività umane avrebbero potuto farsi sentire alterando il clima su scala globale.
Il termine "sostenibilità" comparve per la prima volta in un rapporto8 redatto dalle Nazioni Unite e dal WWF e pubblicato nel 1980, ma il concetto di "sviluppo sostenibile" viene definito e assume una forma compiuta solo attraverso il cosiddetto "Rapporto Brundtlarnf9 del 1987. Qui lo sviluppo sostenibile viene definito come: "lo sviluppo capace di soddisfare i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle future generazioni di soddisfare i loro propri bisogni'.
È interessante notare come in questa definizione si parli di "sviluppo" e non di "crescita". La distinzione è importante: non si tratta soltanto di aumentare la quantità della produzione e dei beni a disposizione, ma anche la loro qualità e, più in generale, la qualità della vita. Lo sviluppo, in altre parole, è una crescita di qualità e non solo di quantità.
La Conferenza mondiale su ambiente e sviluppo (nota anche come Earm summit, o vertice sulla Terra, tenutasi a Rio de Janeiro (Brasile) nel giugno del 1992 è sicuramente uno dei più importanti dibattiti intemazionali sul tema della sostenibilità.
Molti ambientalisti hanno considerato con scetticismo i risultati di questa conferenza, nella quale le posizioni di molti paesi industrializzati, a cominciare dagli Stati Uniti, sono rimaste ancorate a difesa dei privilegi già raggiunti, mentre la maggior parte dei paesi in via di sviluppo ha accusato quelli ricchi di aver contaminato il pianeta, e di voler far pagare i costi del risanamento a quelli più poveri. La conferenza ha permesso di raggiungere alcuni importanti risultati, a partire dalla realizzazione dell'Agenda 2110, ovvero un piano di azione per il XXI secolo, la firma di molti dei paesi partecipanti delle Convenzioni sul cambiamento climatico, la desertificazione e la biodiversità, oltre ad una forte diffusione a livello mondiale di concetti ambientali e di sostenibilità che erano precedentemente stati confinati a cerchie ristrette di specialisti.
Negli anni Novanta si sono susseguiti incontri relativi a singole tematiche appartenenti al problema dello sviluppo sostenibile.
Una data emblematica nell'ambito di questi incontri intemazionali sulle tematiche dello sviluppo sostenibile è il 1997, anno in cui si svolge, in Giappone, la Conferenza di Kyoto sul clima. In
questa occasione è stato approvato il primo protocollo di attuazione della convenzione sul clima globale, conosciuto come "Protocollo di Kioto". La sottoscrizione del documento Impegnava i Paesi aderenti a ridurre del 5,2% le emissioni di anidride carbonica e degli altri gas che provocano il cosiddetto "effetto serra" per il periodo tra il 2008 e il 2012.
Purtroppo, questo protocollo non è stato sottoscritto da tanti Stati, in primis dagli Stati Uniti, che contribuiscono a oltre il 36% delle emissioni globali.
Nel 2002 in occasione del vertice mondiale di Johannesburg sullo sviluppo sostenibile, organizzato dalle Nazioni Unite, al quale hanno partecipato 189 dei 195 Stati membri deli'ONU, si sono ottenuti alcuni importanti risultati tra i quali l'adesione di Cina, Russia e Canada al Protocollo di Kyoto sul clima, e l'apertura, in senso possibilista, dell'Australia; al di là dell'indiscutibile peso politico di queste adesioni, esse rendono possibile la realizzazione della condizione cui era subordinata l'entrata in vigore del suddetto protocollo, ossia l'accettazione da parte di almeno 55 paesi che producano insieme almeno il 55% di emissioni nocive. Inoltre sempre nell'ambito di questo summit intemazionale è stata redatta la cosiddetta "Dichiarazione di Johannesburg sullo sviluppo sostenibile" che è il frutto di una serie di compromessi, raggiunti tramite faticose trattative, tra la posizione più sensibile alle tematiche ambientaliste, sostenuta principalmente dall'Europa, che richiedeva di fissare obiettivi precisi e tempi rapidi di attuazione, e quella, di cui sono stati portatori gli Stati Uniti, il Giappone e altri Paesi industrializzati, elusiva e indisponibile a sottoscrivere impegni e scadenze, che potessero compromettere i livelli di
sviluppo raggiunti.
Infine, per centrare l'attenzione alle questioni architettoniche sollevate dalla necessità di uno sviluppo sostenibile, va sottolineato il fatto che il "dopo Rio" contiene anche un grande evento dedicato alla sostenibilità del settore abitativo e delle città: il convegno mondiale "Habitat" tenutosi a Istanbul nel 199612, che ha prodotto una serie di raccomandazioni contenute nella dichiarazione "Sviluppo di insediamenti umani sostenibili in un mondo in via di urbanizzazione".
Questa dichiarazione, all'articolo 4, tratta specificatamente degli usi dell'energia: "L'attuale
dipendenza da fonti energetiche non rinnovabili nella maggior parte dei centri urbani può portare a cambiamenti climatici, all'inquinamento atmosferico, con conseguenti problemi ambientali e di salute, e può rappresentare una grave minaccia allo sviluppo sostenibile... Gli insediamenti umani e le politiche energetiche dovrebbero essere strettamente coordinati^3.
L'Unione Europea, al fine di garantire il raggiungimento degli obbiettivi fissati attraverso il protocollo di Kyoto, ha emanato la direttiva 2002-91-CE sul rendimento energetico nell'edilizia che imponeva a tutti gli stati membri di dotarsi entro il 4 gennaio 2006 di una procedura per la certificazione energetica degli edifici, con la quale si cerca una generale omogeneizzazione delle norme dei vari paesi membri.
In Italia il recepimento della direttiva Europea 2002-91-CE è avvenuto attraverso il D.Lgs. del 19 agosto 2005 n. 192, integrato e corretto in alcune sue parti dal successivo D.Lgs. del 26 dicembre 2006 n. 311, che stabilisce i criteri, le condizioni e le modalità per migliorare le prestazioni energetiche degli edifici, favorendo l'impiego di fonti energetiche rinnovabili e limitando di conseguenza le emissioni inquinanti.
È doveroso però ricordare che, nonostante l'emanazione di svariate leggi e norme sul risparmio energetico a livello sia nazionale che europeo e nonostante i vari summit internazionali che si sono susseguiti nell'arco di trent'anni, che hanno avuto il merito di sensibilizzare parte dell'opinione pubblica alle problematiche energetiche ed ambientali che l'umanità sta vivendo in questo periodo, non è ancora stato compiuto un cambiamento radicale nell'uso delle risorse energetiche in grado di favorire il rispetto degli impegni internazionali sottoscritti da diverse nazioni. Il Protocollo di Kyoto prevede per il periodo che va dal 2008 al 2012 una riduzione globale delle emissioni di gas serra almeno pari al 5,2% rispetto ai valori registrati nel 1990.
L'unione Europee dal canto suo si è fissata l'ambizioso traguardo di riduzione dell'8%.
Attualmente, secondo i rilevamenti dell'AEA (Agenzia europea dell'Ambiente), a meno di tre anni dalla scadenza degli impegni prefissati durante la conferenza di Kyoto, l'Unione Europea, dal 2005 (anno di entrata in vigore del protocollo) ad oggi, ha ottenuto risultati inferiori alle previsioni iniziali, raggiungendo una riduzione delle emissioni di gas serra pari al 2% rispetto ai valori registrati nel 1990, che corrisponde a solo un quarto dell'obbiettivo stabilito14. Ovviamente questa media vede delle "punte di diamante" e dei "pessimi allievi": tra i primi troviamo la Finlandia (-14,6%), I Paesi Bassi (-2,9 %) e la Germania (-2,3 %); tra i secondi l'Italia (che dovrebbe ridurre le proprie emissioni del 6,5% e dal 1° gennaio 2008 sta accumulando ritardi che nel 2012 potrebbero tradursi in pesanti sanzioni economiche, la Danimarca e la Spagna che invece di ridurre, hanno aumentato le loro emissioni a causa dell'aumento di produzione delle centrali termiche a combustibile fossile.
Sempre secondo l'AEA, le previsioni di riduzione per il 2010 sono di gran lunga migliori di quelle dell'anno in corso e lasciano prevedere la possibilità del raggiungimento degli obbiettivi per il 2012. Va però detto che 12 dei 15 stati membri dell'unione prevedono di raggiungere i loro obbiettivi solo attraverso l'adozione di misure aggiuntive, che prevedono dei cambiamenti nei comportamenti quotidiani di ogni singolo cittadino, altrimenti la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra non potrà superare il 4%.
Infine, anche nel resto del mondo gli obbiettivi sono ben lontani dall'essere raggiunti. Questo breve resoconto dimostra come la strada per svincolare il settore energetico dalla dipendenza dai combustibili fossili e perseguire l'ambizioso traguardo di uno sviluppo sostenibile, sia ancora lunga e difficile.
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