Ezio Sgrelli. Opere 1951-1990
Claudio Bosio, Elisa Mensa
Ezio Sgrelli. Opere 1951-1990.
Rel. Michela Rosso, Augusto Rossari. Politecnico di Torino, Corso di laurea specialistica in Architettura (Costruzione), 2008
Abstract
Itaca ti ha dato il bel viaggio, senza di lei mai ti saresti messo in viaggio: che cos'altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso. Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso Già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare."1 Constantinos Kavafis, 1911
Foucault ha scritto che all'autore di un'opera si deve chiedere di "rendere conto dell'unità dei testo che va sotto il suo nome; gli si chiede di rivelare, o almeno di portarsi appresso, il senso nascosto che li [i testi] attraversa; gli si chiede di articolarli sulla sua vita personale, sulla storia reale che li ha visti nascere"2. In queste pagine vorremmo fare proprio questo, cercare di spiegare il nostro percorso rivelando, non tanto il risultato finale cui si è giunti, ma piuttosto le nostre inquietudini, le riflessioni, in altre parole i presupposti ideologici che ci hanno guidati durante lo svolgimento della tesi, consapevoli del fatto che la ricerca è un processo "tanto più fecondo quanto più è cosciente dei propri limiti"3.
È proprio sui nostri limiti, più che sui temi da trattare, che tante volte ci siamo fermati a riflettere, tant'è vero che non abbiamo mai rinunciato al piacere di dialogare con noi stessi e con l'altro, di interrogarci, talvolta di tormentarci a proposito dei motivi che ci spingevano a scrivere determinate cose, o in merito all'esattezza del metodo che stavamo seguendo. Che cosa ci ha spinti ad interpretare in questo modo un dato documento? Cosa abbiamo tralasciato nella nostra analisi storica? Corrisponde davvero a verità ciò che pensiamo? Sono queste le domande che affollavano, e affollano tutt'ora, la nostra mente, e ogni volta che ce le poniamo ci sembra di intraprendere una lotta contro l'irrazionale. Sempre abbiamo tentato di capire se stessimo giungendo alla verità oppure stessimo semplicemente tentando di dare conferma alle nostre ipotesi preliminari, a costo di rinunciare alla verità. "Non sempre si trova quel che si cerca, ma molto difficilmente si trova quel che non si vuol trovare"4, è proprio questo il nodo della questione, ma è un nodo che forse noi non siamo ancora in grado di sciogliere, se ci domandassero se quel che abbiamo trovato è solo ciò che avremmo voluto trovare sarebbe molto difficile rispondere con un secco no. Questo perché abbiamo notato, leggendo e rileggendo il nostro lavoro, una incapacità ad essere sempre oggettivi, le nostre passioni, le nostre predisposizioni e ancora le nostre conoscenze pregresse sono diventate il filtro tra noi e la storia. Seppur ci sforzassimo di osservare i problemi da più punti di vista sapevamo che c'era sempre qualche cosa che sfuggiva al nostro controllo, qualche dettaglio che probabilmente ci avrebbe fatto sorgere forti dubbi su tutto quello che sino a quel momento avevamo elaborato5. È però necessario sottolineare che, coscienti di questi nostri limiti, non abbiamo mai rinunciato a cercare nella storia, nei documenti e negli archivi, le prove, le risposte alle nostre domande ed è proprio per questo motivo che alcune strade, inizialmente intraprese con entusiasmo, sono state in seguito abbandonate.
Così il nostro lavoro è proceduto per sottrazioni, nel timore di divagare, di andare fuori tema dal momento che il materiale bibliografico raccolto sull'architetto non era molto, perlomeno nelle fasi iniziali della ricerca. Proprio dalla volontà di circoscrivere il più possibile i temi da trattare sono nati i quattro capitoli della tesi, capitoli che, forse per questo stesso motivo, potrebbero sembrare quasi indipendenti l'uno dall'altro. Questa frammentarietà è stata però ricercata, ciò che ci ha spinti ad andare in questa direzione è stata l'idea di fornire quattro chiavi di lettura differenti che permettessero di comprendere la vasta produzione di un architetto sconosciuto ai più. Ci spieghiamo meglio, la nostra intenzione, per quanto ingenua possa apparire, è stata quella di fornire al lettore la possibilità di scegliere da quale punto di vista avvicinarsi all'opera di Sgrelli svincolandolo dall'obbligo di seguire il nostro stesso percorso, lasciandogli quindi il privilegio di crearsi, pagina dopo pagina, un'opinione personale sull'architetto. Leggendo la tesi si può notare infatti che ogni parte è stata scritta in maniera sensibilmente diversa, perché diverse erano le nostre intenzioni e le fonti su cui basavamo le riflessioni.
Il primo capitolo è dedicato allo studio della formazione dell'architetto e alla delineazione della sua attività professionale. Abbiamo affrontato questo tema cercando di immergerci nella storia6, studiando e ripercorrendo i dibattiti sulle riviste lette da Sgrelli, i libri da lui studiati, ricostruendo i rapporti con i docenti e con i maestri dell'architettura con cui venne in contatto, per comprendere in che modo tutte queste vicende potessero averlo influenzato nella sua personale ricerca sul mestiere dell'architetto. L'intenzione era quindi leggere l'architettura come una stratificazione di relazioni, di esperienze, di studi, di occasioni talvolta anche dettate dal caso, per poter costruire un percorso logico che collegasse l'intera opera di Sgrelli in modo tale da creare una solida base per l'analisi puntuale delle singole realizzazioni.
Delineato brevemente l'evolversi dell'attività professionale di Sgrelli ci siamo resi conto che la maggior parte dei lavori da lui eseguiti, almeno tra gli anni '50 e la prima metà degli anni '60, avevano un denominatore comune, la committenza. La Montecatini, infatti, rivestì un ruolo centrale nella carriera dell'architetto, non solo per la straordinaria quantità di opere che gli commissionò7, ma anche perché attraverso essa Sgrelli ebbe modo di entrare in contatto con altre Società e imprese edili che furono, a loro volta, future committenti8. Definito il quadro della situazione ci sembrava però impossibile scrivere di opere di cui non si conosceva il contesto9, ed è proprio da questa esigenza che ha preso corpo il secondo capitolo della tesi. Qui l'obiettivo era comprendere le vicende aziendali per giungere a delineare i rapporti che la Montecatini allacciò con il mondo dell'architettura. L'analisi, piuttosto complicata data la mancanza di una consistente bibliografia, si è sviluppata a partire dallo studio della rivista «Due più due» e dai testi fatti pubblicare dal gruppo milanese. A ricerca avviata ci siamo trovati di fronte un quadro totalmente diverso da quello che avevamo immaginato, dalla rivista non emergeva il ritratto di un'azienda paternalista né tantomeno mecenatesca, e gli scritti ci sembra rivelino questa nostra ingenua delusione. Sovente dietro ai nostri giudizi severi, sempre comunque supportati dall'analisi dei documenti in nostro possesso, si nasconde un involontario paragone con altre realtà industriali del periodo che, contrariamente alla Montecatini, si sono distinte per il loro impegno nel campo del sociale10. Ora non possiamo fare a meno di chiederci "perché ci si affeziona a un'ipotesi di ricerca? E perché noi ci eravamo affezionati proprio a quella?"11 Cioè, perché siamo incappati nell'errore di voler sottolineare la distanza da questi illustri esempi e non ci siamo limitati a guardare oggettivamente i fatti? Forse perché "ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo"12, probabilmente in questo caso non siamo riusciti a prendere le distanze delle nostre conoscenze pregresse e non siamo stati in grado di abbandonare le nostre opinioni personali in favore di una più logica oggettività, oppure semplicemente avevamo bisogno di un termine di paragone per valutare l'operato di un'azienda su cui la storia ancora non aveva indagato. Ma proprio a partire da un'attenta analisi delle nostre mancanze è maturata in noi una nuova riflessione. Nonostante l'indifferenza dell'azienda nei confronti del dibattito architettonico, testimoniata anche dal fatto che nessun architetto fu mai invitato a scrivere sulle pagine di «Due più due», la Montecatini contribuì a creare un patrimonio architettonico considerevole. Ma c'è di più, la Società, proprio perché non direttamente interessata all'architettura, non impose veti di carattere architettonico ai suoi progettisti13, lasciandoli liberi di seguire le proprie inclinazioni ed i propri metodi, ed è per questa ragione che la lunga serie di opere da essa promosse diventa preziosa anche per la storia dell'architettura.
Studiati con attenzione gli sviluppi della ricerca professionale di Sgrelli sembrava importante soffermarci su un'analisi accurata di alcune opere, scelte come rappresentative delle tappe fondamentali della sua carriera. Leggere compositivamente i progetti ha permesso di calarci nell'architettura dall'interno per cogliere con più precisione lo spirito con cui Sgrelli concepì i suoi progetti, per comprendere cioè quello che le sue scelte potevano esprimere. Attraverso la nostra indagine abbiamo però anche voluto rivelare quali fossero stati i riferimenti seguiti dall'architetto per fare in modo che le opere in questione non fossero presentate come semplici icone del suo percorso, ma potessero essere intese come possibile specchio delle trasformazioni architettoniche che il Novecento ha conosciuto. Dopo questa serie di successive messe a fuoco su singoli argomenti era giunto il momento di allargare di nuovo lo sguardo su un panorama più ampio, per evitare di cadere nell'errore di un "illusorio faccia a faccia"14 tra noi e i singoli frammenti di storia analizzati, in altre parole, per poter verificare e mettere in relazione le ricerche svolte con l'intera produzione dell'architetto.
La nostra tesi si conclude quindi con la schedatura di tutti quei progetti, circa un centinaio, di cui siamo riusciti a reperire materiale iconografico. Ogni scheda fornisce, attraverso dati tecnici, bibliografia e una essenziale descrizione del progetto un punto di partenza per chi volesse approfondire lo studio di una singola opera, o di una determinata tipologia edilizia. L'organizzazione del regesto è stata da noi molto discussa dal momento che non ci appagava pienamente l'idea di seguire soltanto un ordine cronologico15, desideravamo invece mettere in luce, in maniera più efficace, l'enorme varietà di tipi architettonici con cui Sgrelli si è cimentato in quarantanni di attività. Inoltre seguendo questa impostazione ci sembrava si potesse cogliere con maggior facilità l'evoluzione del linguaggio architettonico per ognuna delle tipologie trattate e comprendere l'incidenza di ognuna nella ricerca architettonica portata avanti da Sgrelli.
"Così ho messo tutto a posto. Sulla pagina, almeno. Dentro di me tutto resta come prima."16
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