Torino e il cinema: una lettura della città attraverso la macchina da presa
Francesca Di Rovasenda Di Melle Di Ceres
Torino e il cinema: una lettura della città attraverso la macchina da presa.
Rel. Guido Montanari. Politecnico di Torino, Corso di laurea in Architettura, 2008
Abstract
Il cinema può essere un utile strumento d'analisi e di documentazione della storia di una città? la domanda dalla quale parte la mia tesi, sorge da una considerazione nata riflettendo sui tentativi in atto di avviare la ripresa economica a Torino, negli ultimi anni, per rispondere alla crisi che ha colpito il settore automobilistico, perno di un'economia trainante. Il rilancio si concretizza con la proposta di Torino come città olimpica, della cultura e dell'intrattenimento. In questo quadro la riscoperta del settore cinema si accompagna alla riqualificazione del territorio piemontese, valorizzandone e migliorandone le infrastrutture per accogliere ed ospitare nuovi visitatori. Il capoluogo subalpino possiede una lunga tradizione per rilanciarsi nel mondo del cinema perché ne è capitale all'inizio del Novecento.
In questo periodo più numerosi di oggi sono a Torino i teatri di varie dimensioni, eleganti o popolari, i luoghi di ritrovo, le sedi di molteplici attività ricreative e culturali
Nessuna sorpresa desta, dunque, la nascita e il successo, in questo ambiente, della nuova forma di spettacolo messa a punto a Lione dai fratelli Lumière, la prima immagine girata a Torino con la macchina da presa è la facciata della chiesa della Gran Madre di Dio da parte dei due fratelli. Fra il" 1906 e il 1914 sorgono più di una decina di società addette alla produzione e alla distribuzione di pellicole; e fra gli azionisti di molte di esse figurano industriali, banchieri e uomini di affari. La prima proiezione in
Italia di uno spettacolo del cinematografo Lumiere avviene a Torino nel marzo del 1896. Nei primi vent'anni del Novecento, Torino diventa così, senza mutare la propria identità e fisionomia, la capitale del cinema, viene definita la «filmopoli» più importante del mondo.
Peraltro, l'impegno nell'industria del cinema non apre soltanto nuove possibilità di guadagno, ma anche le porte del gran mondo elegante e raffinato che inizia a circondare i primi «divi» e «dive» e detta legge nella vita mondana cittadina. Tranne alcune case che rimangono produttive per dieci o vent'anni, numerose «fabbriche» vengono fondate in maniera un po' avventurosa, per tentare di raggiungere un successo che pare facile e non lo è affatto, e poi svaniscono in breve tempo, lasciando tracce di film che conservano ancora qualcosa di prodigioso.
È l'Esposizione Internazionale tenutasi a Torino nel 1911 a consacrare il cinema presso il grande pubblico. Insieme alla celebrazione dei progressi compiuti nel campo del lavoro e delle industrie, la rassegna intende offrire un suggestivo spaccato della società futura, quella a cui avrebbero condotto le nuove scoperte scientifiche e le più ardite invenzioni tecniche. Negli anni Venti la crisi del cinema italiano è generale e quella del cinema torinese è particolarmente profonda: le case di produzione chiudono una dopo l'altra, autori e attori emigrano all'estero, gli studi rimangono quasi inattivi. Contemporaneamente, il regime fascista inizia una sua politica di intervento nel cinema, che culmina a metà degli anni Trenta con l'apertura del Centro Sperimentale di Cinematografia e l'inaugurazione dei modernissimi studi di Cinecittà. Di conseguenza a Roma, si trasferisce il futuro del cinema italiano. Dopo la distruzione della guerra gli anni Sessanta vedono la massima espansione produttiva del cinema italiano, ma anche il suo primo frastagliarsi in spezzoni che non comunicano più l'uno con l'altro. Se a Cinecittà si realizzano anche trecento film all'anno e si lanciano generi che vengono poi esportati in tutto il mondo (la commedia, il "spaghetti western"), questa produzione lambisce soltanto una Torino che non ha più studi di produzione in attività; la città sabauda si ritrova come sfondo per alcune commedie, come / compagni di Mario Monicelli.
Negli anni Settanta inizia una crisi profonda per la produzione nazionale, con un cinema commerciale che si trascina sempre stancamente sui terreni già noti e un nuovo cinema che non riesce mai a emergere in modo consistente.
Torino resta nel frattempo lo scenario nel quale vengono girate commedie (in modo particolare, quelle di Elio Petri e di Lina Wertmuller), film d'azione e il giallo di Luigi Comencini La donna della domenica, con un cast internazionale. Ma, sul piano del cinema commerciale, i film più interessanti sono sicuramente i thriller diretti da Dario Argento.
Il cinema di studio è quasi scomparso, e negli storici studi di Cinecittà si lavora soprattutto per la televisione o per le superproduzioni straniere.
Questo fa sì che i registi italiani siano sempre meno vincolati dalla centralità romana. D'altro canto, Torino inaugura nella seconda metà degli anni Novanta una politica di appoggio nei confronti di coloro che vengono a girare film in città o nella regione. Così si ricomincia a realizzare una serie di film a Torino che coinvolge registi emergenti quali: Nanni Moretti, Gianni Amelio, Mimmo Calopresti, Davide Ferrano.
Il cinema prodotto a Torino oggi, rappresenta nuovamente in modo significativo il cinema italiano nel suo insieme. E il capoluogo piemontese continua a essere un laboratorio, una città dove il dibattito e l'interesse per il cinema hanno un'intensità superiore a quella che si può registrare nelle altre metropoli italiane.
La selezione delle pellicole a partire dagli '50 è dettata dalla consapevolezza che le tecniche e gli strumenti cinematografici a partire da quell'epoca consentono le riprese al di fuori degli studi cinematografici, e dunque la città reale diventa sfondo e protagonista della storia narrata.
Nuove tecniche permettono di riprendere la città sotto altri aspetti: riprese aeree, obiettivi sempre più sofisticati che consentono di ottenere una maggiore profondità di campo, l'uso dello zoom che penetra lo spazio, consentono di usare la città, di analizzarla e aumentarne il valore semantico. Pertanto lo spazio urbano è, nel cinema, utilizzato come strumento malleabile nelle mani del regista per ottenere gli scopi necessari alla creazione di un film.
La città nella ripresa cinematografica permette una percezione degli spazi non soltanto in senso orizzontale, ma anche verticale; influenza il punto di vista in modo determinante. Con il cinema è nata una nuova visione della città. Sotto l'aspetto espressivo, il cinema affronta la città fondamentalmente in due modi, che agiscono in maniera dialettica all'interno della narrazione filmica. Da una parte, la città è trattata come elemento formale scenografico; dall'altra parte, è considerata come contenitore sociale. La città è un sistema di funzionalità e di fascinazioni che presenta analogie con il meccanismo di produzione di emozionalità proprio del cinema. Ogni film ha bisogno di uno sfondo dove poter ambientare storie e racconti della società umana o di singole persone. Torino con i suoi palazzi, piazze, vie è lo sfondo che collega i film selezionati, mostrando il cambiamento subito dalla città in 50 anni di storia nei suoi vari aspetti sociali, culturali ed economici.
Si affronta il tema degli scioperi, lo sviluppo dell'industria del capoluogo piemontese a città industriale d'avanguardia e il boom economico che ne consegue. Viene anche denunciata la condizione sociale alienante degli operai in fabbrica, e l'aspetto importante dell'immigrazione meridionale. La città assiste, inoltre, ai fermenti politici e alle incognite e le questioni irrisolte provenienti dal terrorismo nella società. In essa coesistono i problemi della criminalità metropolitana, l'emarginazione della periferia e il disagio giovanile nel relazionarsi ad altri esseri umani e il loro sforzo a realizzarsi economicamente. Emerge anche l'immagine di città dell'alta borghesia e di centro esoterico e dei misteri magici
I registi, a seconda del tema che trattano nel film, sottolineano l'architettura della città per collocare nel modo più fedele le vicende nel periodo storico scelto. Ogni film permette, inoltre, di esaminare alcuni degli aspetti più importanti che caratterizzano la storia della città.
Per quanto riguarda l'aspetto architettonico, che emerge come contenitore di ogni storia narrata, a seconda del film girato, esso viene esaltato e trattato
come protagonista della vicenda oppure, come uno sfondo, senza una
specifica connotazione urbana.
Le architetture moderne di Italia '61 ben rappresentano la città tecnologicamente avanzata, i capannoni industriali e i quartieri dormitorio caratterizzano la vita industriale di Torino.
I palazzi a ringhiera di fine '800, sono l'ambientazione ideale per collocare la condizione operaia alla fine del XIX secolo. Le particolarità architettoniche del Liberty, vengono esaltate per costruire uno spazio metafisico dove ambientare le proprie storie esoteriche. Le architetture del centro con i negozi di alta moda e le case della collina sono emblematiche della nuova classe sociale del benessere economico. I palazzi trascurati del centro storico sono testimoni del quartiere ghettizzante degli immigrati meridionali. Le architetture del centro, inquadrate di notte, conferiscono alla città un impronta di mistero e di congiura politica. Al contrario l'architettura dei quartieri residenziali e le ville delle collina ben rappresentano lo status sociale dell'alta borghesia mentre, l'area limitrofa a piazza Statuto e la periferia sono l'ambientazioni perfette per inserire la criminalità metropolitana.
Le architetture della periferia con i suoi edifici fatiscenti sono lo sfondo per rappresentare il disagio dell'emarginazione sociale. I palazzi di piazza Solferino con gli uffici e il carcere delle Vallette, rappresentano uno spaccato della società dei giorni nostri. La Mole Antonelliana, sede del museo del Cinema, le vie limitrofe, e il quartiere della Falcherà sono i luoghi per raccontare una storia che ha come protagonista la gioventù italiana.
Per poter dare una risposta al quesito iniziale, ogni film citato è stato studiato e supportato da una bibliografia critica, in modo che gli aspetti architettonici, culturale, politici, che conferiscono la dimensione fisica e sociale della città, possano essere utilizzati come strumenti di analisi e di lettura della realtà urbana. Al termine di questo studio, si può affermare che il cinema può essere un mezzo di lettura del tessuto urbano e sociale di una città, sia adoperato da solo, sia in supporto ad altri strumenti di analisi. Ma i
limiti dello strumento cinema come metodo analitico e documentaristico, sono insiti nel tipo di pellicola cinematografica presa in esame. Il cinema pertanto, è uno strumento di analisi interessante che si somma a tutte le altre fonti che accrescono il processo di conoscenza di una città. Inoltre il caso studio di Torino dimostra che il cinema e il documentario, possono contribuire ad un'analisi della città, sotto l'aspetto architettonico e sociale, in aggiunta al tradizionale sguardo dei documenti scritti sono in grado di costruire una nuova visione vivace e coinvolgente.
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