Figuratività, immagine, forma urbis
Martina Dezzani
Figuratività, immagine, forma urbis.
Rel. Piergiorgio Tosoni. Politecnico di Torino, Corso di laurea specialistica in Architettura, 2007
Abstract
La figura di artista che ci è dato conoscere attraverso la storia è quasi sempre strettamente legata all'ambiente urbano: ne è un portatore diretto e soprattutto si presenta come vero e proprio testimone della specificità culturale della città. A prima vista, questo fatto non si trasforma, almeno fino a tempi recenti, nella creazione di opere in cui i motivi emergenti siano l'analisi dialettica del problema urbano, ed in cui la città non compaia, come in realtà avviene, in forma marginale ed acritica. L'Annunciazione di Leonardo, il ritratto di Federico da Montefeltro o i quadri di Bruegel dimostrano che la maggior parte del territorio europeo era completamente antropizzata già nella seconda metà del Quattrocento.
Vale pertanto la pena di esaminare come gli artisti abbiano reagito storicamente nei confronti della città e dei suoi problemi e, soprattutto, quale sia l'immagine che essi se ne sono fatta e che ci hanno trasmesso.
Le più antiche rappresentazioni di città ebbero un carattere prevalentemente simbolico, slegate come furono da un'esperienza diretta e critica dello spazio urbano come entità autonoma ed interagente sull'individuo: è il caso dei rilievi assiri di Ninive, dove la città, schematizzata nei suoi elementi emergenti, è solo testimone di un evento storico, ossia la sua conquista da parte di Sennacherib; in questa direzione celebrativa soltanto si concreta il rapporto con lo spazio urbano da parte dell'artista, anche quando questi presenta delle notazioni individualizzate, per così dire, come la rappresentazione delle case e delle botteghe artigiane. Un discorso alquanto nuovo si configura invece in affreschi come quelli romani di Pompei e Stabia, in cui l'immagine della città è proposta in una dimensione non più simbolica, ma bensì veristica (Città portuale, Rissa tra pompeiani e nocerini nell'anfiteatro al Museo Nazionale di Napoli), con un'attenta ricerca degli elementi individualizzati del paesaggio e della vita urbani: queste rappresentazioni, che così si distaccano da quelle anteriori, non sono altro forse che la testimonianza di una coscienza cittadina che si fa luce nella cultura romana imperiale e di cui gli artisti pompeiani si fanno portatori allo stesso modo dei poeti augustei.
Tuttavia quella romana doveva restare un'esperienza isolata, perché il sopraggiungere delle invasioni barbariche segnò il decadere della città, e contemporaneamente una radicale trasformazione nel modo di concepirla, nell'Occidente latino. Infatti il ridursi di importanza delle città come centri produttivi, insieme all'impatto con i barbari, che i latini definivano variamente come "odiatori di città", "popoli senza città", fa sì che esse assumano la connotazione simbolica di ultimo baluardo difensivo per la cultura occidentale: "Urbs ipsa moenia sunt", dice simbolicamente Isidoro di Siviglia operando una evidenziazione simbolica dell'aspetto più tipico della città medievale contro lo straripare delle ondate barbariche; un documento tardo, del 909, da chiaro il senso del mondo ormai acquisito dal cittadino medievale: "Voi vedete esplodere dinanzi a voi la colleradel Signore (...) non vi sono che città spopolate, monasteri rasi al suolo e incendiati, campi
1 resi deserti...".
Proprio per questa concezione, la città assume il carattere simbolico di luogo dell'ordine, e quindi è assimilata metaforicamente, alla Città celeste; anche se poi nei confronti di quest'ultima, la città terrena assume l'ulteriore caratterizzazione simbolica contrapposta a Babilonia.
Questo tipo di lettura della città, basata su una trasposizione di natura simbolica dei suoi problemi reali e pressanti, più che su un'analisi diretta di questi stessi, trova puntuale riscontro nelle rappresentazioni figurative.
L'immagine della città infatti, a partire dall'epoca paleocristiana fino a gran parte del Medioevo (fino all'età comunale) si presenta nelle arti figurative come un pallido riflesso della città reale, schematizza nei suoi valori vanamente simbolici: sia che compaia nelle sue linee essenziali, almeno parzialmente legata alle consuetudini rappresentative veristiche classiche come nella raffigurazione della città di Classe con il suo porto in S. Apollinare Nuovo a Ravenna (V secolo); sia che compaia invece già caricata simbolicamente nelle forme di Gerusalemme, come avviene nel mosaico del catino absidale di S. Pudenziana a Roma (VI secolo), dove la città-Gerusalemme con i suoi edifici aulici fa da sfondo all'immagine del Cristo. Oppure quando compare schematizzata nei suoi elementi emergenti, le mura e le torri, a rappresentare metaforicamente le città biblicne come avviene nei mosaici della navata di S. Maria Maggiore a Roma (V secolo), secondo una tradizione iconografica che si protrae per tutto il Medioevo con numerosi esempi. Tuttavia per giungere nuovamente ad una presa di contatto diretto da parte dell'artista con la città bisogna attendere fino al XIII/XIV secolo, allorché la ripresa delle attività urbane che aveva preso il suo avvio verso il Mille, consolida nel potere politico ed economico, e quindi culturale, la borghesia mercantile e capitalistica: questa, che nella città ha trovato l'origine delle proprie ricchezze e del proprio potere, e che contemporaneamente e reciprocamente ha riportato la città a uno stadio evolutivo sconosciuto ormai sino dai tempi dell'impero romano, si fa portatrice di un'ideologia e di una cultura specificatamente e programmaticamente urbane e laiche.
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