La fornace Bottacchi di Novara : museo a cielo aperto di due secoli di produzione
Elena Bosco
La fornace Bottacchi di Novara : museo a cielo aperto di due secoli di produzione.
Rel. Maria Adriana Giusti. Politecnico di Torino, Master of science program in Architecture Heritage Preservation And Enhancement, 2016
Abstract
1. Prefazione
1.1 La città che cambia
La città che da sempre è riflesso della società e cambia con essa, ci mostra i segni più o meno evidenti di questa continua evoluzione. Il tessuto urbano si modifica per rispondere alle nuove esigenze, la periferia si espande, il centro storico si rinnova, i servizi sono sempre più numerosi.
Con l'età dell'industrializzazione la città ha subito una crescita esponenziale seguendo i ritmi del mercato e del progresso tecnologico, che ha esaltato temi come la velocità, la simultaneità, il multitasking. La città diventa mediale, le connessioni, gli spostamenti veloci, i mezzi accorciano le distanze fino quasi ad annullarle, ovvero il fulcro non è più il centro storico. Nasce un nuovo rapporto con la periferia e un'accentuata espansione verso nuovi quartieri. Nasce il concetto di città diffusa, di urban sprowl: la periferia sfugge dalla progettualità dell'urbanistica e cresce senza forma e controllo, l'edilizia abusiva si confonde con quella legale, i piccoli e medi centri delle coste e delle pianure che hanno saturato le loro aree edificabili si saldano in un unico continuum. Oltre la città c'è ancora la città. A queste evoluzioni fisiche si affianca inoltre lo spazio virtuale del web, che ha trasformato quasi radicalmente il modo di vivere lo spazio pubblico e le forme di socialità in prima persona. Luoghi fisici di incontro e scambio culturale sono sostituiti dal cyber-space, le relazioni lavorative o affettive che siano, avvengono nell'etere. Un gioco di parole inglese aiuta a fornire un'immagine della situazione: con la semplice eliminazione di uno spazio tra le lettere, si passa dal now here (qui e adesso), al nowhere (da nessuna parte). Il web è il luogo dove si organizzano eventi che solo a volte prendono vita nel centro cittadino, i manifesti e le locandine non sono più affisse sulle bacheche delle scuole o fuori dai locali, ma su quelle virtuali dei social network. Nuove tecnologie, consentono all'uomo contemporaneo di fruire della fisicità dei luoghi in un modo del tutto nuovo, così l'edificio diventa solo una scatola, un contenitore, che al termine della funzione per cui è nato, si svuota fisicamente dalle persone e figurativamente anche del suo senso di esistenza.
1.2. Accettazione del valore del tempo
Se il cambiamento è un atto aleatorio i suoi riflessi sono ben concreti: le azioni per esempio hanno delle conseguenze pratiche, così l'architettura ha una sua materialità da rispettare. L'architettura è figlia di una bipolarità inscindibile: il tempo e lo spazio. Per esplicitare un progetto, che sia architettonico, paesaggistico o ingegneristico, è necessario un luogo fisico, una conquisti dello spazio da parte dell'uomo, che è in atto dai tempi del neolitico e che continuerà anche nel futuro. Se lo spazio è il polo più comprensibilmente naturale data la fisicità del corpo e la materialità dell'architettura, il polo del tempo ne rappresenta l'essenza dell'esistenza. Un luogo esiste di per sé, mentre il tempo ne caratterizza la vita, dalla durata fino e oltre la sua fine utile, cioè la dismissione. L'accettazione del valore del tempo significa per l'uomo associare a tutto ciò che ha una forma, dalle opere d'arte ai capi di moda, dagli oggetti di design al gadget quotidiano, l'obsolescenza come una condizione del prodursi della cultura. Un luogo, che esiste con la sua sola presenza, assume nel tempo diverse identità, ed è legato a diversi cambiamenti, fisici e funzionali, a seconda delle epoche che riflettono le necessità dell'uomo. L'identità è quindi una nozione dinamica, sempre in trasformazione e non ne esiste una definitiva e assoluta, ma numerose e mutevoli: l'identità che ci viene dal passato è anch'essa il risultato di una continua modificazione, vi troviamo le tracce del passato e quelle del futuro, i segni della continuità e quelli della differenza. Secondo l'urbanista spagnolo Idelfonso Cerdà, la città pare come un susseguirsi di "monumenti storici ai quali ogni generazione, ogni secolo [...] ha aggiunto al suo passaggio una nuova pietra [...]. In ciascuna di queste aggiunte eterogenee si esprimono le necessità, le inclinazioni, le tendenze di ogni civiltà, e insieme i mezzi impiegati per soddisfarle. Esse sono come gli strati delle formazioni geologiche: ognuno rivela esattamente agli occhi dello scienziato le condizioni reali della natura all'epoca della sua formazione". Questa coesistenza di diversi periodi nei luoghi trova corrispondenza nell'immagine della città dialettica di Ungers, che la definisce come una sovrapposizione di diversi layers a cui è possibile ascrivere una determinata né preoccupa di governare le attività proprie del sito o programmarne la manutenzione. Sono luoghi della produzione, come grandi corpi di fabbrica, depositi vuoti, magazzini in attesa di un affitto che non arriverà mai, luoghi del mondo rurale come mulini, cascine e fienili vuoti per lo spopolamento delle campagne, luoghi di transito come le ex stazioni ferroviarie, luoghi della religione come conventi chiusi e chiese diroccate, ma anche luoghi del consumo e del divertimento, come discoteche, pub, cinema superati da altri luoghi d'attrazione. Questi edifici, insieme al loro intorno, diventano dinosauri, riflessi di un'attività finita, di un servizio che va in disuso, di un edificio che non serve più alla funzione originaria. Spesso questi luoghi, sono caratterizzati dalla presenza di una natura che cresce incontaminata e senza vincoli fisici, creando piccole selve urbane che fungono da barriera naturale alla visuale sul territorio circostante. La natura stessa entra nell'architettura e s'impossessa di quel luogo, deturpandolo ulteriormente e diventando un elemento di degrado. Michael Schwarzer le chiama "zone fantasma" e sono lo scarto della nuova extraterritorialità, qui il pericolo e la violenza sono più comuni che altrove perché diventano spazi off-limits in cui si colgono le condizioni perfette per commettere reati senza essere colti in flagrante. luoghi abbandonati si accostano ai non-luoghi come scheletri inerti che non sono vivibili, non sono attraversabili e non appartengono apparentemente ad alcuno. Sono spazi scollegati tra loro, spezzano la continuità del paesaggio urbano e vanno ad aumentare la superficie di quei luoghi che il progresso etichetta come superati e non più servibili, degradati, vuoti a perdere, abbandonati, di nessuno. Neanche i passanti si incuriosiscono più, restano scheletri, spogli, carcasse di edifici.
1.3 L'abbandono e la paura
Oggi l'incapacità di individuare nel conglomerato urbano una forma riconoscibile, porta alla formazione di un senso di insicurezza e di diffidenza verso il non conosciuto. L'impossibilità di prevedere o ipotizzare una probabile lettura della città senza prima attraversarla e viverla porta a una sensazione di disorientamento e soprattutto ad una richiesta di capacità di adattamento dell’agire sociale, che parte dalla capacità individuale fino a diventare un fenomeno collettivo. La necessità di comprendere l'habitat in cui l'individuo risiede è la conseguenza di un profondo bisogno di una nuova identità e di ricerca di un nuovo significato del vivere in comunità.
"La geometria è il mezzo che ci siamo fabbricati per percepire le cose intorno a noi" diceva Le Corbusier e non tanto diversamente Botta afferma: "La città per la nostra cultura è sempre stata un'entità fisica che l'occhio ha potuto cogliere attraverso una forma riconosciuta. Il disagio e il degrado delle nuove periferie sono segnalati, oltre che dalle evidenti cause sociali, anche da questa nostra impossibilità di cogliere l'aspetto costruito dentro un'immagine". La sensazione di insicurezza e la paura calata nell'organizzazione del vivere sociale non è di certo un tema nuovo, tant'è vero che in passato le città erano cinte da mura, circondate da fossati, erette sulle cime di un altopiano e per entrarvi bisognava superare posti di blocco, dogane, recinti e porte militarizzate. Come ricorda Z. Bauman (1999), "ogni epoca della storia si è differenziata dalle altre per aver conosciuto forme particolari di paura; o piuttosto, ogni epoca ha dato un nome di propria invenzione ad angosce conosciute da tempo". Oggi, però, il senso di insicurezza si insinua maggiormente tra i cittadini. Esso è determinato principalmente da una commistione di elementi sociali, psicologici, e oggettivi quali, ad esempio, qualità della vita, vivibilità della città, esperienze personali, relazioni sviluppate, pregiudizi e leggende metropolitane, ritmi di vita, episodi di vandalismo o inciviltà, forme di degrado, mancanza di servizi alla persona funzionali e funzionanti, l'anonimia, la perdita dei rapporti umani, di solidarietà, collaborazione e fiducia, il progredire dell'urbanizzazione, il basso grado d'integrazione sociale, la povertà, la disoccupazione, tutti problemi indissociabili dalla presenza sul territorio. La sfera emotiva è, quindi, influenzata da fattori psicologici: il fatto di vedere attorno a sé una città curata nei dettagli può contribuire a creare nell'individuo la consapevolezza di un ambiente protetto in cui potersi muovere liberamente e vivere senza avere timore.
La non cura è infatti sinonimo della deresponsabilizzazione e precede l'abbandono totale, seguito rapidamente da un aspetto decadente e malsano che genera una condizione desolante e potenzialmente pericolosa. Molte ricerche hanno sottolineato come il senso d'insicurezza si sviluppi e incrementi parallelamente alla diffusione dei luoghi del degrado, dove apparentemente si allentano e addirittura si rompono quelle norme, formali o informali, che dovrebbero scandire il vivere comune. I processi di disorganizzazione sociale produrrebbero indizi dell'indebolimento di quello che è il confine tra lecito e illecito attraverso il proliferare d'inciviltà fisiche (physical ineivilities] e sociali (social incivilities). Le physical incivilities rappresentano perciò il degrado edilizio con la presenza di edifici fatiscenti, ruderi e cascinali diroccati, della mancata manutenzione delle strade e dei luoghi pubblici dei quartieri, di rifiuti o di auto abbandonate, oppure di graffiti o di lampioni danneggiati. Il degrado fisico di un quartiere da solo è sufficiente a causare un sentimento d'insicurezza poiché riflette l'incuria e la deresponsabilizzazione verso l'ambiente costruito e il verde circostante. Il più evidente riflesso del degrado è la diminuzione drastica del valore sul mercato immobiliare, con conseguente riduzione dei possibili finanziamenti e investimenti. A questa dinamica si aggiunge l'indebolimento delle dinamiche sociali, quali la riduzione dei rapporti di vicinato e l'induzione ad azioni individuali di difesa e fuga o addirittura l'esodo dei proprietari e delle famiglie rispettabili. La teoria del "broken window", afferma che ogni vetro rotto e non immediatamente aggiustato - ma l'immagine in oggetto può essere sostituita con ogni altro elemento di uso comune, dal campanello al citofono, alla cabina telefonica, al cassonetto dei rifiuti, alla panchina, al lampione, alla cassetta postale, alla palina o alla tettoia della fermata dell'autobus, alla lastra dei marciapiedi, alla griglia di un tombino, al vespasiano otturato, alla fontanella inaridita - rappresenta un tacito incitamento al saccheggio, alla degradazione, e all'emarginazione dell'intero quartiere. Qualsiasi gesto di piccola inciviltà non rapidamente riparato, inoltre, è indice del disinteresse delle autorità e degli abitanti, per l'oggetto danneggiato in sé e per la zona in cui questo si trova, contribuendo a rendere fondata la percezione di abbandono e degrado. Accanto al degrado fisico si sviluppano le social incivilities come espressione della disorganizzazione sociale di queste zone fantasma, ossia la presenza di gruppi di giovani che si dedicano al furto, agli atti di vandalismo, alla prostituzione, all'uso e/o spaccio di droga, e che mantengono comportamenti litigiosi o delinquenziali e comunque antisociali. La maggior parte di questi segni di degrado condividono il fatto d'essere forme di violazioni (soft crime), che producono sentimenti di forte indignazione sociale. La loro percezione viene vissuta come indicatore del declino della comunità e di una mancanza di controllo sociale e, conseguentemente, come minaccia criminale. E' inoltre nei luoghi dell'attraversamento che si forma la percezione di illegalità: un viadotto, un edificio fatiscente, una fabbrica abbandonata, un mercato abusivo segnano e definiscono oggi più di una piazza, di un viale alberato odi un condominio l'aspetto formale del territorio metropolitano che rimane comunque la negazione di qualsiasi forma. Non è più l'architettura delle forme ma dei segni, non definisce più i valori e i legami pubblici, ma concorre ugualmente alla formazione di una estetica dell'attraversamento urbano degradato. In qualunque intervento su aree che evidenziano il carattere della "terra di nessuno" appare determinante il coinvolgimento e la partecipazione di utenti alla riprogettazione di tali spazi, in quanto rappresentano il presupposto per una positiva riappropriazione sociale di un territorio che rischia processi di graduale marginalizzazione.
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