Oltre il carcere - Le trasformazioni di palazzo a Procida - Dall'utopia Borbonica del gran carcere a luogo di pena dello Stato Unitario (1845 - 1885)
Irene Cossu
Oltre il carcere - Le trasformazioni di palazzo a Procida - Dall'utopia Borbonica del gran carcere a luogo di pena dello Stato Unitario (1845 - 1885).
Rel. Sergio Pace, Salvatore Di Liello. Politecnico di Torino, Master of science program in Architecture Construction City, 2014
Abstract
INTRODUZIONE
“Questa era l'unica via dell'isola che conduceva alla porta della Terra Murata (così il popolo, in ricordo delle antiche fortificazioni, chiama la contrada del Penitenziario).
Era di qua che passava la camionetta recante i nuovi prigionieri su dal porto. E non so più da quanto tempo io non passavo per questa via, che oramai, per me, era come scancellata dall'isola[...].
Lassù nei tragici palazzi della Terra Murata, durava sempre un'unica stagione, disperata e matura,
divisa dal mondo delle madri, in una devastazione superba”.
Così Elsa Morante nel suo capolavoro «L'isola di Arturo», descrive la salita del giovane procidano al borgo fortificato sull'acropoli dell'isola, dove domina l'imponente mole del complesso carcerario.
Il racconto della scrittrice, che ha reso famosa l'isola di Procida nel mondo, ben descrive il peso che ha avuto e che ha tuttora, nella percezione del visitatore, la possente mole del cinquecentesco Palazzo d'Avalos, inglobato nella cinta muraria fortificata a difesa del Regno dalle incursioni provenienti dal mare. L'immagine emblematica del romanzo, restituita dai fotogrammi dell'omonimo film di Damiano Damiani del 1968, è quella del complesso carcerario, che nel corso dell'Ottocento si è sedimentato sulle strutture di questa imponente fortificazione.
IL CONTESTO STORICO
Le vicende legate alle trasformazioni subite dal complesso di Palazzo d'Avalos nel corso del XIX secolo, da palazzo reale a luogo di pena, rappresentano un interessante e significativo esempio di architettura carceraria realizzata a seguito della politica riformistica dei Borbone nel Mezzogiorno d'Italia. L'originalità di questa esperienza risiede nel fatto che tale intervento, pur dettato da politiche di recupero e riabilitazione del detenuto, che si andavano diffondendo a quel tempo in Europa, si è dovuto confrontare con l'imponente preesistenza architettonica di un sito reale e con la complessità di un insediamento urbano, quanto mai significativo.
Originariamente il palazzo fu concepito come dimora signorile, inserito in un progetto unitario a scala urbana promosso dal cardinale d'Aragona Innico d'Avalos nella seconda metà del XVI secolo, durante il Viceregno spagnolo. Un palazzo che, nonostante la sua conversione in Bagno di pena a partire dagli anni successivi al 1830, appare poco variato rispetto all'originario progetto dell'architetto Gian Battista Cavagna e dell'ingegnere Benvenuto Tortelli. Confiscato dai Borbone nel 1734, viene adibito a palazzo reale quale residenza di caccia del sovrano e della sua corte.
Nel corso dell'Ottocento molti sono gli esempi di riconversione di palazzi nobiliari o di edifici religiosi che, a partire dal decennio francese, sono stati riutilizzati come luoghi difensivi prima e detentivi poi, tanto che il palazzo viene prima adibito a sede delle truppe di stanza sull'isola, a difesa della capitale e successivamente con il ritorno sul trono dei Borbone, a scuola militare per un breve periodo.
Nel caso di Procida, il riuso a nuova destinazione non riguarda un singolo edificio, castello o convento, ma una più ampia area, mantenendone l'unitarietà di un sistema territoriale che si riconverte nella sua funzione non più difensiva, ma di luogo di reclusione. Attorno al palazzo si è sedimentata in meno di un secolo, una vera e propria cittadella carceraria dalle dimensioni significative nel raffronto con quelle dell'originario nucleo insediativo medievale. In tal senso la volontà espressa da Ferdinando II di costruire un Gran Carcere nel 1845, sull'esempio di analoghe strutture detentive realizzate altrove (Santo Stefano, Avellino, l'Ucciardone di Palermo), si scontra e si confronta con la complessa realizzazione, la cui attuazione prevede la demolizione dell'intero borgo medievale.
In seguito ai moti insurrezionali degli anni '40 e al conseguente sovraffollamento che viene a determinarsi nelle carceri del Regno, nonché alle difficoltà economico-finanziarie dello Stato borbonico, il grandioso progetto che avrebbe potuto rappresentare un esempio unico su un'isola del Mediterraneo, straordinario per dimensione e capienza, non vedrà mai la luce. Le auspicate riforme carcerarie in merito a nuove costruzioni, risultarono nei fatti inattuabili. La realizzazione del complesso di pena sarà invece ricondotta ad adattamento e trasformazione delle preesistenze architettoniche, con aggiunte di nuove e circoscritte edificazioni.
Questo processo, lungi dall'essere il fallimento di un ideale, rappresenta un interessante esempio di trasformazione urbanistica, che si lega fortemente alla storia dell'isola. Si completerà nel Novecento con l'aggiunta di nuovi corpi edilizi al di fuori di qualunque linea programmatica che non sia la mera necessità di una maggiore capienza.
UN RACCONTO DIVERSO
Nel corso di questo lavoro, accanto alla ricognizione storica concentrata in un periodo di tempo precisamente delimitato (1830-1885), saranno portati a supporto esempi significativi di strutture carcerarie coeve, a testimoniarne la effettiva consistenza. Dai documenti rinvenuti emerge infatti la continua mediazione tra le volontà utopistiche dei Borbone e l'esistente, attraverso l'attuazione di una soluzione che vede trasformarsi il palazzo e la cinta muraria, in un complesso carcerario.
In passato si è spesso parlato di carcere borbonico. Questa ricerca, attraverso un attento studio della sedimentazione e delle stratificazioni dell'impianto, intende portare alla luce un racconto diverso, secondo cui a Procida, sia la politica dei Borbone prima, che quella post-unitaria poi, si coniuga fortemente con la preesistenza, nitida testimonianza storica fino ai nostri giorni. Potrebbe dirsi che il regno borbonico, in linea con il dibattito riformista in corso in Europa e in America sui diritti dell'uomo legati alla detenzione, rappresenti una fase di incubazione delle novità che saranno poi messe in atto negli anni di passaggio allo Stato post-unitario e nei decenni immediatamente successivi. Esse riguardano essenzialmente l'acquisito convincimento di sottrarre i condannati all'ozio, impiegandoli nelle manifatture introdotte all'interno delle strutture carcerarie (con il coinvolgimento dei Gesuiti), che vengono risanate, garantendo condizioni di maggiore igiene e salubrità, e dotate anche di ospedali. Nel caso di studio, alcuni edifici preesistenti vengono riadattati, ampliati e destinati a nuova funzione, quale l'ospedale dei condannati, altri ne vengono costruiti ex novo, come i laboratori manifatturieri dell'opificio, gli uffici dell'amministrazione, le abitazioni dei guardiani, il corpo delle celle singole di cui si dirà tra breve.
In linea con le idee utilitaristiche diffuse da Jeremy Bentham, l'introduzione delle attività manifatturiere, oltre che dettata da una volontà rieducatrice, risponde alla visione che considera il condannato quale soggetto produttivo, partecipe dell'economia del sistema carcerario. Il tema della riabilitazione del condannato viene affrontato in un significativo Real Decreto borbonico del 1845, secondo cui si stabilisce che le strutture debbano essere organizzate in celle individuali e non più in camerate, distinguendo i condannati per sesso e tipologia del reato. Ma solo nel 1879 all'edificio del Palazzo/Bagno penale di Procida si apportano alcune modifiche al fine di collegarlo all'unico corpo di fabbrica realizzato ex novo su progetto, con destinazione a celle singole, in ottemperanza al modello del sistema cellulare.
Sulla scorta delle fonti d'archivio e attraverso la rivisitazione critica delle fonti storiche in generale, questa ricerca mira ad una più attenta ricostruzione degli avvenimenti succedutisi in quell'arco temporale che va dall'istituzione della struttura carceraria del Bagno «borbonico» (1830) alla prima fase post-unitaria (1860-1885). Vuole disegnare un periodo non sufficientemente indagato, attraverso le trasformazioni che vengono a determinarsi all'interno del dialogo tra progetto utopico e rapporto con la preesistenza. Il principale punto di riferimento del fulcro della ricerca relativamente al Bagno di pena nell'Ottocento, è stato l'Archivio di Stato di Napoli, in particolare i fondi del Ministero degli Interni, Ramo prigioni, del Ministero dei Lavori Pubblici e il fondo del Genio Civile. La documentazione cartografica ed iconografica, relativa invece alla storia del palazzo precedente alla nuova destinazione e che costituisce premessa a questo studio, è stata recuperata nella sezione Manoscritti e rari della Biblioteca Nazionale di Napoli; ad essa si aggiungono gli esigui contributi bibliogrfici sul tema. Anche se quanto reperito, non presenta carattere inedito, ha posto le basi della ricerca il cui obiettivo è stato quello di restituire, attraverso una lettura comparata delle fonti, la sedimentazione delle diverse fabbriche che è avvenuta nel corso dell'Ottocento. Ho inoltre avuto la possibilità di passeggiare e guardare, in un tempo abbastanza diluito, attraverso i luoghi descritti dai fondi, i quali essendo quasi del tutto privi, ad eccezione di qualche disegno, di documentazione grafica, mi hanno «costretta» ad un faticoso quanto interessante lavoro di immaginazione e ricostruzione ogni volta mi trovassi a leggere un documento.
CONCLUSIONI
Le motivazioni che mi hanno avvicinata alla storia di questo luogo sono legate a diversi aspetti.
Tra tutti, la curiosità di scoprire cosa ci fosse oltre il carcere, luogo per sua stessa natura inaccessibile. La dismissione della struttura nel 1988 ed il suo successivo e lungo abbandono, ne hanno alimentato il fascino attribuendogli il sapore di un luogo ancor più negato, ma con qualche margine di trasgressione possibile. Questo mi ha spinto verso la costruzione di un racconto fondato che dimostra come ancora durante buona parte dell'Ottocento, quest'area sia stata pensata, fatta oggetto di dibattito e progettata nei suoi nuovi edifici, come negli ampliamenti, mantenendo una visione d'insieme. Diversamente a quanto accade nel corso del Novecento, quando il processo di trasformazione del sito sembra configurarsi come unicamente dettato dall'esigenza di ottenere una maggiore capienza, e si realizza con relativa facilità, al di fuori di un progetto e a basso costo sia di materiale che di manodopera.
C'è sicuramente ancora molto da indagare e studiare e ho la certezza che questo continuerà al di là di questo lavoro che ha soltanto schiuso una finestra su un luogo affascinante e malinconico al tempo stesso.
Il complesso monumentale carcerario di Palazzo d'Avalos, dichiarato di interesse storico-artistico e sottoposto a vincolo nel 1999 dalla Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici di Napoli e Provincia, costituisce un'eredità complessa, che è importante venga comunicata, affinché questo luogo possa diventare crocevia di nuove idee e opportunità.
Oggi l'occasione del riuso di un luogo così afflitto dal dolore, può dar voce ad un nuovo e diverso racconto. Augurandomi che, nel momento attuale di preparazione ad un'ulteriore trasformazione, dopo la chiusura del carcere, l'abbandono per quasi trenta anni e la recente acquisizione a proprietà comunale, questo lavoro riesca a stimolare l'attenzione su una testimonianza di grande rilievo che è necessario sia portata a conoscenza di molti, con tutto il suo valore che racchiude di diversità accumulate nel tempo. Nella speranza che azioni contemporanee si compiano con lungimiranza, nella piena conoscenza e coscienza di un luogo così denso di vita trascorsa.
Il nostro paese ha bisogno di curare e conservare un passato denso di storia e bellezza, troppo spesso calpestate per fare spazio ad una superflua e oscena modernità.
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