Il porto di Ancona : un territorio conteso
Stefania D'Agostino
Il porto di Ancona : un territorio conteso.
Rel. Anna Maria Cristina Bianchetti. Politecnico di Torino, Master of science program in Architecture Construction City, 2014
Abstract
La tesi nasce dall'osservazione fatta sugli spazi soggetti ad alcune pratiche spontanee - autorizzate e non - all'interno dell'area portuale di Ancona .
Perché conteso? L'area del porto dorico assume in se un duplice significato: da una parte anima la città e il suo contesto dall'altra é un limite, una profonda cesura. É il luogo in cui meglio si evidenzia la continua aggiunta e differenza di suolo. Ogni figura rivendica su di esso la propria sovranità, il proprio diritto di usufruire di quel luogo, di quell'altra Ancona che racchiude al suo interno i diversi frammenti che hanno composto negli anni l'immagine e l'identità della città. Le emergenze storico-artistiche, le memorie di un passato industriale, la radicata vocazione verso la pesca e l'ingombrante presenza dei cargo e delle navi da crociera, sono elementi diversi per composizione, nella cui compresenza generano incomprensioni.
Il territorio conteso lambisce le coste di Ancona, che vanno dalle pendici del Guasco, nel cuore del porto storico, sino la ferrovia posta a confine della valle del Miano. Il percorso lungo il limite portuale tocca i luoghi storici del paesaggio cittadino, facendone assumere nuove funzioni, in alcuni tratti diventa esso stesso margine (la Lanterna Rossa del Molo Nord e le mura traianee) mentre in altri casi é incluso tra più confini che s'intersecano (il Lazzaretto vanvitelliano), favorendo l'attraversamento, se pur con difficoltà, del bordo.
Il gomito portuale, a causa delle barriere che lo cingono, é percepito come un luogo di frontiera, che sottrae alla città l'affaccio diretto al mare e che ne consente la vista esclusivamente attraverso le recinzioni metalliche o ergendosi dalla sommità del colle Guasco. Questa cesura ha fatto si che si perdesse la primigenia simbiosi della città dorica con il suo porto naturale, passando nel corso dei secoli da luogo che «strutturava per intero la città», ad una solida e impenetrabile realtà.
Attirati dalla proibizione all'ingresso in alcune aree del porto, alcune associazioni no profit e gruppi di cittadinanza, decidono consapevolmente di volgere il loro sguardo all'interno dell'area demaniale, verso determinati ed evidenti luoghi feticcio. Lo scopo é quello di evidenziare, tramite svariate forme di promozione, la negazione del porto alla sua città, restituendo temporaneamente un bene a loro privato: il mare.
La ricerca é partita grazie all'interlocuzione diretta coi soggetti coinvolti in questo processo di evanescente trasformazione. Sul porto, in particolar modo l'area che si specchia nel bacino della Mole Vanvitelliana, queste comunità hanno restituito un caleidoscopio sfaccettato di interessi e attività, da chi é concentrato a salvaguardarne l'essenza e l'identità di chi in quella porzione di terra, tra acqua e suolo, ha sempre abitato, a chi, tramite «opere a deperimento» o eventi intermittenti vuole restituire agli anconetani e ai turisti, un luogo lungo il mare, dove trascorrere parte della vita sociale.
Una città, che vista la natura degli scambi giornalieri con le coste opposte dell'Adriatico, diventa una luogo di transito, quasi di attenzione temporanea, dove ci si ferma istantaneamente e si riparte. L'attesa tra uno scalo e una partenza, fa si che ci siano esplorazioni repentine, per un turismo “mordi e fuggi” nei luoghi prossimi il protettivo recinto del porto, senza mai addentrarsi nell'altra Ancona.
L’argomentazione si sviluppa in più parti.
La prima si struttura partendo dalla trasformazione del porto di Ancona a partire dalla metà del XIX secolo, per poi proseguire con la descrizione delle parti che compongono l'intero arco portuale, fino all'individuazione dei limiti che impediscono la penetrazione dell'area.
La seconda parte é orientata verso l'area destinata al porto pescherecci, al suo stretto rapporto con il limitrofo quartiere degli Archi e alle associazioni che si occupano dell'organizzazione di manifestazioni on-off, nei luoghi del mercato ittico, fino alla Street art usata come mezzo per accedere in alcuni luoghi inesplorabili.
La terza si concentra maggiormente sull'analisi degli usi e dei comportamenti emersi durante diversi periodi di tempo. L'approccio usato é quello della restituzione fotografica che ha permesso di poter tracciare un'indagine tangibile delle azioni (visibili ed invisibili) degli individui, creando una serie di campionamenti, atti a catalogare minuziosamente le pratiche spontanee che gli abitanti attuano su questa porzione di città. Un'esplorazione, questa, condotta avendo visto Viaggio lungo la valle del Po di Mario Soldati, e che da questo documentario è stata suggestionata nel ripercorrere un territorio e scoprirne le tracce lasciate dagli usi.
L'ultima parte riguarda l'elaborazione di uno scenario progettuale all'interno del territorio condiviso e conteso dell'area del Mandracchio, dove l'imminente dismissione del complesso fieristico (con il conseguente eccesso di spazio inutilizzato),viene sottratto e fagocitato dall'onnivoro demanio portuale, divenendo il luogo atto a favorire gli scambi di relazione tra le diverse comunità.
Abbandonata la pretesa non realistica di dismettere l'intera area portuale per trasferirla in un altro luogo, si é deciso di basarsi sull'esistente. La proposta presentata si rifà al gioco morfologico di contrazione ed espansione verso l'acqua e la terra, che il porto commerciale ha avuto durante il corso dei secoli, oltre che alla negazione del mare ai cittadini, cercando di ricostruire un immaginario del territorio dell'acqua che rende possibile la convivenza delle diverse azioni, fino ad ora sparse e conflittuali.
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