Metodologia della trasformazione
Carlo Bonetto
Metodologia della trasformazione.
Rel. Subhash Mukerjee. Politecnico di Torino, Corso di laurea magistrale in Architettura Costruzione Città, 2017
Abstract
INTRODUZIONE
La ricerca di un metodo è stata un’idea che mi ha accompagnato lungo tutto il mio percorso alla Facoltà di Architettura. Una ricerca che ha il suo inizio durante il corso di Cultura tecnologica dell’Architettura del primo anno (con il Professor Gianfranco Cavaglià), precisamente con la lettura del volume di Munari “Da cosa nasce cosa’’, in cui il designer, partendo da un problema definito, tracciava i processi necessari per arrivare alla soluzione, evidenziando come un progetto non fosse mai il frutto della sola intuizione creativa, ma piuttosto il risultato di analisi e sperimentazione approfondite.
Il fascino del metodo deriva proprio da questo: decriptare i processi, di solito non del tutto conosciuti o codificati, o nel peggiore dei casi evitati, alla base di un progetto (non necessariamente un progetto di architettura). E un progetto altro non è che l’atto di tirare fuori da un disordine complesso fatto di idee, esigenze, problemi, vincoli, possibili soluzioni, suggerimenti, suggestioni e immagini, un kosmos, ovvero un ordine, “una disposizione ordinata”, un codice. Un metodo, analogamente, è la sintesi di mille possibilità diverse, di esempi già esistenti, di approci diversi. Delineare un metodo è quindi, a tutti gli effetti, fare un progetto, in quanto entrambi possono essere visti come una sintesi di elementi disordinati.
Giorgio Grassi, nel volume “La costruzione logica dell’architettura”, cerca di spiegare il bisogno che la disciplina ha nei confronti di norme che regolamentino il processo progettuale:
‘‘Il fatto di porre delle norme, delle regole per l’architettura, nasce dall’esigenza di fondare l’azione sui principi: esse tendono infatti a confermarli e a perpetuarli. Possiamo dire che l’esigenza di queste norme o regole si fonda sulla necessità di rendere trasmissibili i principi fondamentali dell’architettura. La costruzione di un sistema di norme prevede infatti una scelta fondamentale, relativa appunto al riconoscimento di tali principi e al significato che ad essi viene collegato. Quindi l’interesse per quelle opere che si pongono il problema della costruzione di un sistema di regole per l’architettura, e che cercherò qui di esaminare, consiste in primo luogo nella loro specificità ed esemplarità rispetto a questa scelta. Ma poiché, si è detto, lo scopo delle norme è la trasmissibilità dei principi, vi è anche un ulteriore interesse per quelle opere, che consiste appunto nella loro verificabilità, diciamo così, sul piano didattico. Esse riflettono in ogni caso il bisogno di stabilire un fondamento logico alla progettazione.”
La stesura di un metodo sulla trasformazione è un processo che si è rivelato molto complicato.
Innanzitutto per la marea di teorie sull’argomento già esistenti. Molto spesso le conclusioni sono simili ma anche molto diverse tra loro per approccio. La seconda grande difficoltà costituisce proprio nella messa in discussione di queste teorie, e nella fusione di esse nel tentativo di creare un unico grande metodo/schema.
Tutto questo con la consapevolezza che un metodo sulla trasformazione non potrà mai avere pretese di completezza né di insindacabilità. Si tratta piuttosto di un punto di partenza, di un argomento di discussione.
Qual è allora l’interesse di compiere ugualmente un’azione simile? Innanzitutto per l’interesse di applicare il metodo, e per vedere se una panoramica ottenuta dal raggruppamento di numerose teorie (che mi sem-bravano - prese singolarmente - incomplete) possa aiutare in un progetto di trasformazione. La presenza di un caso studio (l’ex Ospedale di Asti) costituisce proprio la “verifica" del metodo.
L’intenzione è che possa servire a capire meglio le possibilità esistenti (in questo caso riguardo alla trasformazione di un edificio), ad ampliare la visione delle azioni possibili (azioni compositive, più che sociali o economiche), a ricondurre esempi esistenti ad atti semplici, basilari, con l’auspicio che tale metodo possa essere sempre rivisto nel corso degli anni, completato, integrato, modificato.
Il risultato di questa intenzione è la redazione di un vademecum", di un trattato estraibile dalla trattazione, da consultare quando si sta per iniziare un progetto di trasformazione. Più sintetico e diretto possibile, proprio per favorire una consultazione agevole in ogni momento.
Come caso studio ho scelto l’ex ospedale di Asti, la città dove sono nato e vivo tuttora. Si tratta di un edificio abbandonato da più di dieci anni nel pieno centro della città (è stato costruito un altro ospedale decentrato e più grande). L’edificio occupa un intero isolato e si trova a meno di 100 metri dalla piazza principale (Piazza Alfieri).
Ho scelto questo edificio per la sua complessità architettonica e urbanistica (l'isolato è completamente chiuso) e per la sua problematicità per la città di Asti (l’ospedale ha creato un vuoto attorno a sé dopo la sua chiusura). L’intenzione del progetto è soprattutto quella di riuscire a fare una proposta che abbia le radici in Intenzioni già esistenti, soluzioni già evidenziate, strade realisticamente percorribili, suggerimenti. Volendosi distaccare insomma dallo stile ancora per forza di cose “semplificato” degli Atelier di progettazione, cercando quindi di essere per quanto possibile affacciato alla “realtà della professione”.
Ho convogliato quindi il mio Impegno verso un Imprescindibile studio dell’edificio nella sua storia urbanistica, architettonica, legislativa e sociale. Sono state di particolare importanza le interviste, che hanno coinvolto persone che hanno avuto a che fare a vario titolo con l’ex Ospedale. Tali interviste non sono state solo un approfondimento sul problema, ma a volte una vera e propria ancora di salvataggio nel caos della storia di un edificio così complesso, e sul quale si sono concentrate così tante intenzioni senza seguito.
Come caso studio ho scelto l’ex ospedale di Asti, la città dove sono nato e vivo tuttora. Si tratta di un edificio abbandonato da più di dieci anni nel pieno centro della città (è stato costruito un altro ospedale decentrato e più grande). L’edificio occupa un intero isolato e si trova a meno di 100 metri dalla piazza principale (Piazza Alfieri).
Ho scelto questo edificio per la sua complessità architettonica e urbanistica (l’isolato è completamente chiuso) e per la sua problematicità per la città di Asti (l’ospedale ha creato un vuoto attorno a sé dopo la sua chiusura). L’intenzione del progetto è soprattutto quella di riuscire a fare una proposta che abbia le radici in intenzioni già esistenti, soluzioni già evidenziate, strade realisticamente percorribili, suggerimenti. Volendosi distaccare insomma dallo stile ancora per forza di cose “semplificato” degli Atelier di progettazione, cercando quindi di essere per quanto possibile affacciato alla “realtà della professione”.
Ho convogliato quindi il mio impegno verso un imprescindibile studio dell’edificio nella sua storia urbanistica, architettonica, legislativa e sociale. Sono state di particolare importanza le interviste, che hanno coinvolto persone che hanno avuto a che fare a vario titolo con l’ex Ospedale. Tali interviste non sono state solo un approfondimento sul problema, ma a volte una vera e propria ancora di salvataggio nel caos della storia di un edificio così complesso, e sul quale si sono concentrate così tante intenzioni senza seguito.
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