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Fulizio, Giulia and Pastreis, Angelica and Sciolis, Martina

Deconstraction : progettare l’attività di smantellame.

Rel. Andrea Bocco, Alessandro Armando. Politecnico di Torino, Corso di laurea magistrale in Architettura costruzione citta', 2016

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Abstract:

Le sperimentazioni architettoniche in risposta alle crisi energetiche e ambientali.

Alle origini del pensiero architettonico vi è sempre stato il tema dibattuto del rapporto tra natura e cultura, tra natura e artificio. Come ben declinato nel testo Parole e edifici curato da Adrian Forty, il passaggio dall’imitazione della natura come elemento da riprodurre, in quanto fonte di proporzioni e bellezza (si pensi a L. B. Alberti, A. Laugier o Quatremère de Quincy), fino alle teorie dell’artificialità sviluppate nel primo Ottocento (per esempio G. Semper sulla base delle teorie di Goethe), per le quali “l’architettura poteva assomigliare alla natura, ma non era natura” ha determinato un cambiamento radicale nell’approccio al progetto di architettura. La deriva antropocentrica e la spinta tecnologica alla fine del XVIII secolo allontanarono la disciplina dalle questioni ambientali ed etiche, sopraffatte daquestioni politiche e sociali emergenti. “L’impatto nocivo prodotto dall’urbanizzazione divenne sempre più evidente [...] la saggezza ambientale dei costruttori locali scomparve quasi del tutto con la ridefinizione di tutte le dimensioni della vita dell’uomo a causa dei processi industriali, dal posto di lavoro all’abitazione. Per il cittadino moderno, “l’Impronta ecologica”, ovvero le risorse necessarie per soddisfare i bisogni dell’individuo, è cresciuta vertiginosamente da poco più di ettaro in epoca preindustriale a oltre cinque volte tanto al giorno d’oggi”. Nuovi concetti come quello di “entropia” ed “ecologia” vennero introdotti nel vocabolario scientifico per la prima volta sul finire del XIX secolo. Il secondo, coniato nel 1866 dallo zoologo Ernst Haeckel, ebbe non poche ripercussioni anche sull’arte e sull’architettura per la forte valenza simbolica. “La comparsa dell’ecologia”, però, come ci ricorda Richard Ingersoll, “si basa su un paradosso storico: ogni atto di costruzione tradisce l’ambiente in quanto impone uno spostamento dei rapporti “naturali”.” Il progetto di architettura, infatti, cerca di rispondere a esigenze, tra le quali quelle dettate dal raggiungimento delle condizioni di comfort, che nascono dalla resistenza a fenomeni naturali. Questo paradosso è evidente nelle opere di due famosi architetti nel XX secolo: F. L. Wrlght e Le Corbusierche, pur immersi nella cultura industriale, si fecero promotori il primo di una visione romantica del concetto di “architettura organica” e il secondo di una visione utopica di “città verde”. Pensiamo, ad esempio, a Broadacre City, la proposta utopica di città che F. L. Wright immagina nel 1934 come possibilità alternativa di urbanizzazione delle città americane. Wright disegna Broadacre City immaginando di Invertire il rapporto tra spazio permeabile e costruito immaginando una città in cui a dominare è lo spazio vuoto concesso ad ogni abitante per garantire un allontanamento dalla congestione urbana e un progetto di città adeguato alla vita cittadina.

Rimane ancora difficile attribuire una data precisa all’origine del termine sostenibilità applicato all’architettura. Da una parte, lo si può ricondurre alla natura umana, inteso come risposta all’esigenza di ripararsi dai fenomeni naturali, sfruttando al massimo le condizioni locali e le risorse naturali disponibili. Questo approccio lo si può quindi associare alle forme di architettura vernacolare sparse in tutto il to Silent Spring di Rachel Carson, consideratoagli inizi degli anni settanta del XX secolo che spiiti dello svosistema come conseguenza della crescita a seguito della Guerra dello Yom Kippur, “i minverso gletica se da una parte provocò forti , della non sostenibilità del modello economico a cologistamento e del consumo di risorse.

La crisi ssiderando non solo giacimenti petroliferi locali ma soprione, in quanto la crisi energetica aveva stimolato la nascconsumi energetici legati all’industriican Institute of Architecture, dichiarò nel testo Architecture and En energia, in termini di energia inglobata, responsabili di oltre il 10% del consumo annuo totale di energia. Molti progettisti sperimentarono soluzioni che guardavano “all’uso di energia rinnovabile, all’uso di nuove forme di conservazione dell’energia, fino a schemi più radicali basati su modelli di organizzazione sociale e politica e nuovi metodi di produzione.” I progetti guardano sempre più in un’ottica distante dai principi legati alla produzione di massa, avvicinandosi a metodi più vicini all’autocostruzione (Do It Yourself) con l’idea di sfruttare le condizioni ambientali locali e usare risorse rinnovabili. Diventano soluzioni reali esperimenti già condotti in Europa negli anni sessanta come il muro di Trombe che funziona come un accumulatore solare.

Queste sperimentazioni portano all’elaborazione del concetto di tecnologia appropriata. Una tecnologia che recepisce le esigenze del luogo e sfrutta le risorse e le capacità locali per risolverle. “[...] Il maggior contributo della loro ricerca non va limitato al mito dell’Autonomous House, ma alle ricerche dei gruppi come CAT (Centre of Alternative Technology), The ILS Lab, The New Alchemists and Ouroboros che delinearono modelli alternativi sociali e modi di vita, proposero progetti di villaggi e di comunità alternative, questioni legate a temi energetici in un ciclo che si estende dalla produzione di cibo al riciclo di rifiuti.” Le ricerche scientifiche portarono ad un adeguamento normativo degli standard di protezione ambientale da parte dei singoli Stati. Come fece notare il filosofo e sociologo francese Jean Baudrillard, il valore simbolico della crisi del 1973 consiste nell’esser stata “stimolo al cambiamento del sistema di produzione” rispetto “ad altre tematiche (come l’ecologia, la qualità della vita, la lotta all’inquinamento) che erano troppo lente per avere delle conseguenze veloci.”

Anche negli anni '80 le problematiche ambientali sono al centro dell’ attenzione. Nel 1986 venne accertata l’esistenza dei “buchi nell’ozono” sull’Antartide, mentre l’anno successivo si assistette all’esplosione del reattore nucleare della centrale di Chernobyl. Di fronte a eventi di tal rilevanza, e alla minaccia sempre più presente del riscaldamento globale, il dibattito sull’ecologia e sulla tutela ambientale rimasero ancora lontani da una corrispondenza normativa. Una prima soluzione dettata dall’emergenza Internazionale venne trovata con il Protocollo di Kyoto, un trattato internazionale preparato dall’ONU nel 1997 come strumento per rallentare l’eccessivo consumo di energie non rinnovabili e la conseguente produzione di gas serra. Si misero in luce i problemi Inerenti ai mutamenti climatici, alla scarsità di acqua e suolo fertile, alla distruzione Irreversibile della biodiversità, all’esaurimento degli idrocarburi e di altre risorse e all’inquinamento degli habitat.

La crisi finanziaria del 2006, generata dalla bolla Immobiliare americana, ha portato allo spezzarsi degli equilibri sociali, economici e ambientali tra loro interconnessi. Tale dissesto finanziario ha riportato in primo piano le problematiche ambientali ed energetiche, non tanto per un nuovo interesse etico verso tali temi, ma per una mancanza di risorse per poterlo supportare fisicamente ed economicamente. Il giornalista americano Irving Kristol “nella sua analisi del 1975 sugli effetti della crisi energetica aveva predetto che il futuro prossimo sarebbe potuto essere simile al recente passato.

Quali sono le risposte che la teoria architettonica è in grado di dare di fronte ai nuovi problemi ambientali con cui siamo costretti a confrontarci? Siamo ancora in grado di ragionare in termini di tecnologia appropriata? Le soluzioni tecnologiche che adottiamo oggi ci permettono di arrivare ad altissimi standard prestazionali, ma a quale prezzo? Gli esperimenti come gli Zero Energy Building rispondono a esigenze in termini di risparmio di energia e riduzione dei gas serra, ma spesso vie vista dei materiali utilizzati. Dall’altra parte, la deriva ecologica del nostro tempo sicuramente vede le tematiche del riciclo e del riuso come soluzioni predominanti. Certamente è ora che queste pratiche vengano esercitate all’interno di un contesto che proponga l’individuazione, secondo una nuova metodologia di progetto, non solo di diverse modalità di costruzione, ma anche di uno specifico piano d’azione per ogni intervento architettonico su quegli edifici che hanno terminato il loro ciclo di vita. Affinché si equilibri nuovamente l’antico rapporto di complicità che esisteva tra natura e cultura, « [...] dobbiamo fare riferimento a sistemi diversi, e utilizzare l’ecologia come paradigma per coniugare il mondo dell’artificiale con il mondo naturale, dal momento che il mondo naturale è fondato su risorse e processi, elementi estremamente dinamici, che hanno una loro ciclicità e una loro forma di permanenza che non è quella degli oggetti materici, che ritroviamo in un luogo sempre uguali a loro stessi».

Allargando lo sguardo, l’individuazione di un ciclo di vita di un edificio e non solo di un prodotto in relazione al suo processo industriale, amplierebbe la visione del consumo controllato anche all’architettura. Così facendo la cultura del progetto assumerebbe un orientamento più cosciente verso un’idea di architettura che si modifica e si trasforma, fatta di più vite.

Relatori: Andrea Bocco, Alessandro Armando
Soggetti: A Architettura > AD Bioarchitettura
T Tecnica e tecnologia delle costruzioni > TE Tecnologia dei materiali
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in Architettura costruzione citta'
URI: http://webthesis.biblio.polito.it/id/eprint/4864
Capitoli:

00 Riuso, vecchia storia

01 Corto circuito

02 Rifiuti non-stop

03 Inquadramento normativo

04 Pro Riuso

05 Edifici a processo

06 Decostrazioni

07 C1 - C2

08 Glossario

09 Per saperne di più

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... Continua

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