Percorsi religiosi nel basso canavese: le cappelle in san Benigno Canavese
Barbara Molinar Min
Percorsi religiosi nel basso canavese: le cappelle in san Benigno Canavese.
Rel. Giulio Capriolo, Nadia Fabris. Politecnico di Torino, Corso di laurea in Architettura, 2005
Abstract
L'antica tradizione delle sacre rappresentazioni ben s'identifica con il territorio del Canavese.
L'interesse per la manifestazione del sacro e l'espressione della stessa tramite la cappella e il pilone votivo è l'oggetto della ricerca.
La complessità di questo argomento mi ha portato a compiere una serie di sopralluoghi finalizzati all'individuazione di cappelle e piloni votivi sparsi sul territorio del Basso Canavese, ed in particolare, in San Benigno.
Le cappelle ed i piloni votivi sono eretti in luoghi che ricordano un evento passato segnato da un intervento divino, oppure sono poste ai diversi ingressi del paese, spesso utilizzate come luogo di riparo dai viandanti.
Lo studio di questa tematica non può esimersi dall'approfondire il contesto socio- economico in cui andava a collocarsi una proliferazione così marcata di cappelle e di piloni votivi in tutto il territorio in oggetto.
Sono di San Benigno e sono stata sempre incuriosita dalle cappelle che caratterizzano il paese. Così, ho ritenuto interessante studiare il significato di questi edifici sacri; si è cercato di comprendere le ragioni che hanno fatto realizzare questi edifici sacri. Successivamente, ho completato la mìa ricerca rilevando le cappelle al fine di illustrarne le caratteristiche architettoniche.
Oratorio, edicola, cappelletta, pilone; sono queste le più diffuse definizioni dei numerosi edifici a carattere religioso che arricchiscono l'ambiente delle campagne.
I termini sono molteplici:
-con''oratorio"' si focalizza un'azione, ossia quella della preghiera; il termine ha radice etimologica nel verbo latino "orare" che indica l'uso della parola anche nella sua espressione più spirituale. Per assolvere a tale funzione la nicchia si apre fino a terra, in modo da accogliere al suo interno i devoti.
- Con "edicola" si suggerisce, soprattutto, la funzione contenitiva di una piccola costruzione adatta a conservare immagini sacre, il suo aspetto architettonico ricorda quello del tempio pagano e sottointende la presenza di colonnine, di un frontone e di una cornice.
La parola deriva, infatti, da "aedes" che in latino significa tempio.
- La "cappella" è un'edicola caratterizzata dalla presenza di un altare.
- Il termine "pilone" evoca la struttura architettonica del pilastro, costruito per sostenere pesi di notevole entità. Privati in questo caso della sua principale, assume significato devozionale e trasforma le sue caratteristiche in tal senso. Chiunque abbia percorso sentieri di montagna o attraversato antiche borgate dell'arco alpino si è imbattuto in opere di questo genere. Qualcosa le avrà senz'altro superate distrattamente; altri, forse molti, si saranno interrogati sul significato della loro presenza, e soprattutto sul contesto sociale e culturale che era sotteso ed espressione artigianali ed artistiche così caratteristiche della cultura alpina e contadina.
Il pellegrinaggio, è per moltissimi devoti un'occasione religiosa che impone l'osservanza del rituale.
Le piene estive del movimento dei pellegrini savoiardi fino al Milleottocento, costituiscono un modello attendibile degli spostamenti seguiti nel "cisilpare" o nel "transalpinare" dai primi tempi della cristianità occidentale affidati a quelle che le carte notarili medioevali riportano come "via sfrata, via stratelle, strafa vetus, vetere e sfrata romea vetus" basolate con un profondo strato di masselli o pavimentate con lastroni di calcarei e di selce, dette ancora nel tardo Medioevo sul territorio taurinense "stratae regales o regia, conte quella della Valle di Susa, francesiae e francigene".
Ma nelle zone più elevate, dove le "stratae" erano soltanto mulattiere o vie pecorilio "vie migratorie di mandrie, restano croci, piloni, cappelle", chiesuole pastorali e chiese diventate talvolta nel corso dei secoli santuari, a ricordare dove le genti di vallata andavano portando la loro pietà dolente, in micro-pellegrinaggi per chiedere protezione per le famiglie, le case, ed i poderi.
Ritornando sulle montagne consacrate, le generazioni successive ritrovavano le tracce dei grandi viaggi che gli antenati avevano compiuto cercando terre nuove da colonizzare.
La marcia attraverso boschi e prati, la salita lungo le pendici delle montagne, preparavano all'atteso incontro. Il sudore della marcia era purificazione; il luogo santificato, al termine del cammino, era riposo e serenità; nel pellegrinaggio si raccoglievano le radici della comunità.
Già ai tempi biblici, gli Ebrei avevano attraversato i deserti alla ricerca dell'Eterno. Lo stesso Gesù, dodicenne, aveva fatto con i genitori Giuseppe e Maria il pellegrinaggio a Gerusalemme, come tutti i Giudei entrati nella maggiore età.
1 templi di Zeus a Olimpia e a Delfi, come le numerose sedi oracolari, erano frequentati da folle immense di pellegrinaggi supplicanti non soltanto in occasione degli specifici festeggiamenti, ma nell'arco di tutto l'anno.
Anche presso i Romani, i credenti percorrevano lunghi tragitti per raggiungere i luoghi di grazie e di guarigioni.
E' molto probabile che l'usanza di peregrinare esistesse già presso i popoli preistorici, il cui culto rivolto alle fontane, agli alberi eccezionali, alle alture, alle pietre "naturalmente strane", si perde nel buio dei tempi, ma certamente questi costituivano raduni religiosi, i cosiddetti "conciliabula".
I primi pellegrini cristiani s'indirizzavano ai luoghi dove Cristo era vissuto.
A Betleem Efrata si andava a visitare la-grotta dove il bambino era nato e la greppia che gli aveva fatto da culla.
Nei secoli III e IV il cristianesimo ha ormai i suoi luoghi consacrati, le sue tombe miracolose, le sue reliquie di apostoli e di martiri.
I primi pellegrinaggi privati iniziano, secondo gli storici, dal IV secolo: Egèria o Etèria una spagnola della Galizia, visita tutti i luoghi santi dal Sinai a Costantinopoli passando per la Palestina; ancora nel IV secolo, Elena, madre dell'imperatore Costantino, si reca a Gerusalemme mentre era in costruzione la prima basilica: gli scavi che ella fece intraprendere portarono alla scoperta della vera Croce.
In Francia, la fama di guaritore nato attorno a San Martino, ufficiale della guardia imperiale romana, nato in Pannonia, diventato vescovo di Tours nel 370, attira a lui, ancora vivente, folle di pellegrini fiduciosi nei suoi poteri. Nel 356 egli si reca a Roma passando per la Tarantasia, dove cappelle erette in suo onore segnalano il transito.
Gli affollati pellegrini dei secoli XI e XII sono nutriti dalla fede medioevale, intensa ma incolta, che tralascia gli elementi essenziali del dogma cristiano per indirizzarsi piuttosto verso i santi, la canonizzazione dei quali era, molto spesso, solennemente sancita vox populi in funzione della rinomanza popolare prima ancora della sentenza della massima autorità ecclesiastica.
La venerazione delle reliquie, vestigia tangibili d'una vita esemplare, era importante quanto il sentimento di profondo ossequio e di devozione a Dio, i reliquati costituiscono la prima manifestazione d'arte religiosa. Antecedentemente ai secoli XI-X1I le reliquie dei martiri, per molto tempo i soli santi venerati dai cristiani, venivano riposte negli altari.
Talvolta il pellegrinaggio compiuto interamente a piedi era la condizione, imposta, per essere assolti da una colpa grave.
Dal cartulario della certosa savoiarda di Sant'Ugone, risulta che il curato di Modane partecipò al giubileo del XV secolo e incontrò un altro savoiardo partito, lo stesso anno, dalla cappella di Bard, villaggio al confine tra Savoia e Delfinato, alla volta di Roma per guadagnare l'indulgenza giubilare. Un gruppo di pellegrini partì da Chamonix verso Roma nell'anno 1300.
Parallelamente ai tre massimi itinerari della cristianità, all'est, al sud e all'ovest, all'inizio del secondo millennio si moltiplicarono e si svilupparono i pellegrinaggi locali sotto l'impulso dei vari vescovi.
L'estensione di questi percorsi regionali di preghiera, coincide con lo sviluppo, nei secoli XII e XIII, della devozione alla Vergine Madre.
Il più grande pellegrinaggio mariano d'Occidente, con apogeo nel XII secolo, era senza dubbio quello alla cappella, grotta di Notre-Dame di Rocamadour (Guascogna), Vergine nera come la Notre-Dame-du-Puy (a Puy-en-velay, Linguadoca, esisteva dal V secolo una cappella a lei dedicata). Rocamadour era tappa obbligata dei "jacquaires" diretti a Compostela.
Altre volte, sono modesti oratori, d'origine sconosciuta o leggendaria, ad assumere un ruolo importante grazie a qualche fatto soprannaturale, come nel caso di Myans dove, su cinque parrocchie totalmente cancellate da una frana del Monte Granjer, si salva soltanto un piccolo oratorio che accoglie una Vergine nera; oppure cappellette costruite nei punti più pericolosi della montagna e generalmente dedicate alla Madonna o a Sant'Anna destinatane degli ex- voto.
Molte cappelle sono sorte in conseguenza dell'elevata mortalità infantile attorno ai secoli XVI- XVII, quelle che i francesi chiamano "capelles à rèpit", dove i neonati morti venivano portati affinchè la Madre celeste concedesse loro un estremo soffio vitale che permettesse il battesimo.
San Benigno, con la nomina del Cardinale Carlo Amedeo Delle Lanze in qualità di Abate ed economo dell'Abbazia di Fruttuaria nel 1749, ebbe un grande sviluppo.
Nel luogo dell'antica Abbazia venne edificata la nuova ed erette altre importanti opere pubbliche.
Ed è in questo periodo che furono realizzate alcune delle cappelle oggetto della mia tesi.
Infatti, nel Settecento la Chiesa romana diede molto impulso alla costruzione di edifici religiosi come strumento propagandistico della Contro-riforma} in particolare, fu sfruttato il potere dì fascinazione dell'arte e furono trasformati in luoghi ,di culto, in ambienti coinvolgenti capaci di suscitare momenti di emozione da parte del popolo.
Le ricorrenze sacre, i percorsi religiosi erano occasione di spettacolari processioni che utilizzavano baldacchini e macchine sceniche.
La cappella di San Nicolao, ubicata nel centro storico, in origine era la parrocchia del paese.
Nell'abitato si trovano le cappelle di San Grato, posta all'esterno del ricetto, sulla via che conduce ad Ivrea e la cappella di San Sebastiano ubicata sulla strada che conduce a Rivarolo.
Invece, ancor oggi all'esterno del concentrico si trovano la cappella della Madonna delle Grazie, posta ai bordi dell'attuale cimitero, sulla strada per Chivasso; la cappella di San Rocco, immersa nella campagna, esempio di edificio religioso isolato. Ed infine, la cappella di San Bernardo, piccola costruzione posta in mezzo ai campi di carattere rurale.
Queste testimonianze architettoniche s'innestano nell'ambito dell'Abbazia con una sottolineatura popolare. Difatti, le arti figurative tra le quali i dipinti ed affreschi erano non solo abbellimento ma anche "biblia pauperum", cioè racconto per immagini dei fatti religiosi.
In questa ottica il lavoro si è mosso in tre direzioni:
-fonti archivistiche;
-fonti bibliografìche;
-fonti di stampa locale.
L'obbiettivo della ricerca vuole offrire una descrizione completa delle opere architettoniche e del loro rapporto con il circostante, non trascurando le vicende storiche ed alcuni curiosi aneddoti nonché l'importanza che assumono gli edifici nella tradizione popolare.
Le cappelle sono depositane di memoria storica ed emergenza ambientale. Si tratta, quindi, di un'indagine conoscitiva sullo stato di fatto che ha avuto grande importanza nello sviluppo del paese. Infatti, le cappelle che nel passato risultavano all'esterno dell'abitato, furono occasione di sviluppo dell'aggregato umano.
Relatori
Tipo di pubblicazione
Corso di laurea
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