Federica Farotti
Il modello Barcellona : opportunità e limiti delle good practices nella rigenerazione urbana.
Rel. Francesca Governa. Politecnico di Torino, Corso di laurea magistrale in Architettura Costruzione Città, 2014
Abstract
In previsione dell’apertura del mercato unico nel 1993, l’Unione Europea già dalla fine degli anni ’80 ha sostenuto azioni di cooperazione transnazionale tra i Paesi membri, con una particolare attenzione alle politiche di cooperazione economica e sociale. Questo processo si è mantenuto e intensificato durante tutto il decennio successivo.
Con il Consiglio Europeo di Lisbona (marzo 2000) e le seguenti direttive dei Fondi Strutturali 2007-2013 si è riconosciuto il bisogno di rendere i territori europei più competitivi, sviluppando un’avanzata conoscenza economica in previsione di una nuova idea di coesione, che non deve riguardare solo la sfera sociale ed economica ma anche quella territoriale, una sorta di armonia e giustizia spaziale attraverso le questioni della sostenibilità ambientale, sociale ed economica (Falaudi, 2005).
Proprio per soddisfare questi obiettivi, l’Unione Europea ha adottato come uno dei principali strumenti quello delle good practices. Queste sono informazioni costruite (estrapolate da report analitici ed ordinate in classifiche) riguardanti esperienze di successo adottate in contesti ben precisi, che possono essere replicate in altre realtà urbane.
La promozione di esempi di good practices ha favorito lo scambio e la diffusione di politiche e pratiche urbane tra i Paesi europei affrontando questioni innovative come la green city, la mobilità sostenibile, l’inclusione sociale, le pratiche interculturali, la coesione economica e sociale (CCE 2001, OECD 2001, CCE 2008).
Sebbene molte città europee si siano effettivamente distinte mettendo in atto alcune di queste strategie, sempre più spesso alcuni concetti presenti nei programmi diffusi dall’UE si sono trasformati in pura retorica (il concetto di “good govemance”, di competitività, di coesione).
Questo approccio rischia infatti di rappresentare una limitata ricostruzione del fenomeno urbano, incapace di analizzare in modo adeguato le complesse dinamiche urbane, la pluralità degli attori in gioco e le determinate specificità.
Le good practices sono spesso la traslazione di reali situazioni politiche e sociali in modelli de-politicizzati de-storicizzati, volti alla costituzione di comunità di pratiche, che condividono una serie di risorse come miti, linguaggi, rituali, teorie, regole, principi, modelli.
La complessità delle realtà urbane contemporanee e della loro interpretazione, che deve considerare i continui e veloci cambiamenti a cui queste sono sottoposte e i nuovi tipi di relazioni e connessioni in cui sono coinvolte grazie allo sviluppo di nuove tecnologie di comunicazione (Pasqui, 2008), viene messa in ombra, in favore invece di una conoscenza astratta e codificata.
Le good practice lavorano dunque come sistemi di normalizzazione, in vista di una standardizzazione delle realtà urbane (Devisme, Dumont, Roy, 2007).
Partendo da queste considerazioni, la mia tesi sostiene l’impossibilità di trasferire un “modello” ad altre realtà, poiché ogni città è unica e deve puntare sulle proprie diversità: la città stessa è un’entità difficilmente codificabile e descrivibile con un modello, spesso incapace di considerarne le dinamiche e i cambiamenti.
L’aspetto delle città contemporanea importante da cogliere è la sua eterogenità, che si manifesta nei processi, nelle relazioni sociali, nei ritmi e negli spazi: proprio per questa mancanza di integrità, bisogna avere la consapevolezza di non poter descrivere in maniera esaustiva l’intera complessità delle città contemporanee, evitando così il rischio di ricadere in riduzioni.
A sostegno delle mie riflessioni, farò riferimento al caso di Barcellona, esempio affermato internazionalmente come “città di successo”.
La città catalana, a partire dagli anni Ottanta del Novecento, ha radicalmente subito una trasformazione fisica e di immagine attraverso la pianificazione strategica, la realizzazione di grandi progetti infrastrutturali ed architettonici e la sponsorizzazione di grandi eventi sportivi, affermandosi a livello intemazionale e diventando una buona pratica da seguire.
Dopo 36 anni di dittatura franchista, Barcellona ha avviato a partire dal 1980 un’assidua attività di rinnovamento urbanistico ed architettonico: in particolare, dai primi anni ’80 si può notare il recupero di una gran quantità di spazi pubblici (piazze, strade, giardini, parchi) con l’obiettivo di soddisfare istanze collettive
condivise, prima fra tutte la riappropriazione da parte della cittadinanza di aree urbane soggette a irreparabili processi di degrado e di abbandono, da interpretare quali poli di una socialità rinnovata (Pizza, 2007).
Nel 1986 la città viene designata quale sede per i Giochi Olimpici del 1992. Pur mantenendo l’attenzione sullo spazio pubblico, questo grande evento fa si che vengano introdotte tre nuove procedure per attuare le trasformazioni: un potenziamento dell’entità e della complessità degli interventi, il ripensamento di alcune infrastrutture urbane e la collaborazione tra il settore pubblico e il privato (Acebillo, 2007).
Vengono così ridisegnate alcune aree per l’inserimento delle nuove destinazioni funzionali e in vista di un futuro riuso, ad esempio il fronte mare della Barceloneta, il villaggio del Poble Nou e il Montjuic.
Tuttavia nell’ultimo decennio, più precisamente dal Forum 2004, sembra prevalere, nelle politiche di rigenerazione urbana, una pura logica di mercato dello sfruttamento dello spazio, in cui il settore privato ha assunto un peso decisionale notevole nelle logiche di intervento sulla città: si è passati quindi dall’“urbanistica del consenso” a una logica urbanistica neoliberale (Brenner e Theodore, 2005). Stanno così emergendo alcuni aspetti negativi di questo cambiamento di rotta: la riduzione delle superfici utili ad uso residenziale, gli scarsi investimenti nell’edilizia sociale e nei trasporti pubblici, le pressioni sul mercato immobiliare, la massiccia immigrazione, l’aumento irrefrenabile del turismo di massa, la svalutazione del patrimonio edilizio e la dis-affezione per la città da parte degli abitanti stessi (Capei, 2005; Delgado, 2005; Ingrosso, 2011).
Alla forza dirompente dell’iniziativa privata viene anche associato il pericolo che la città si componga di frammenti, cioè prodotti singolari scaturiti dall’approccio speculativo. Questo aspetto, secondo Borja, è percepibile nell’area del Besós, dove Diagonal del Mar è un ghetto riservato al ceto medio-alto e i vecchi quartieri popolari vengono trattati uno separatamente dall’altro: questo ordinamento frammentario rappresenta la nuova forma di segregazione sociale (Borja, 2003). Nonostante Barcellona venga ancora considerata un modello vincente e quindi un esempio di good practice da seguire e da replicare in altre città europee, le criticità che negli ultimi dieci anni sono state messe in evidenza dimostrano come tale modello presenti delle difficoltà nel cogliere la pluralità di attori in gioco e le loro volontà, nonché la velocità dei cambiamenti a cui le città sono sottoposte, dando una lettura spesso univoca e “non aggiornata” della realtà.
Nel voler creare una città competitiva a livello intemazionale, in cui gli esiti di alcune pratiche sono state esclusivamente dettate da operazioni di marketing per attrarre gli investimenti privati (Monclùs, 2003), sono state trascurate le specificità locali ed è scemata l’attenzione nei confronti della cittadinanza e della sua partecipazione alla vita pubblica.
Il primo capitolo intende fornire una panoramica sui principali obiettivi che l’Unione Europea intende perseguire con l’adozione delle good practices in materia di politiche urbane, come la “good govemance”, la coesione e la competitività territoriale. Nei paragrafi successivi verranno presentati in maniera più specifica i caratteri delle good practices e se ne sottolineeranno i limiti e le contraddizioni..
Il secondo e terzo capitolo saranno invece dedicati all’analisi dei processi di rigenerazione urbana di Barcellona. In particolare si descriveranno, interpretandole, le diverse fasi che hanno caratterizzato la trasformazione della città a partire dalla fine degli anni Settanta del Novecento: sarà così possibile comprendere meglio le dinamiche che hanno portato la capitale catalana ad essere considerata un modello di fama intemazionale.
Il terzo capitolo offrirà una valutazione critica sugli eventi, i processi e le strategie di trasformazione che nel tempo, come si è precedentemente visto, si sono rapportate con una scala sempre più ampia e ambiziosa. Per fare questo, saranno adottate come chiavi di lettura le good practices, cercando di capire come i limiti di questo strumento, evidenziati nel capitolo d’apertura, siano riscontrabili in un caso concreto come quello di Barcellona. In particolare, si metteranno in discussione i modi e l’impostazione culturale delle scelte operative, il ruolo dell’azione pubblica nel processo decisionale, la capacità della città di rispondere alle nuove esigenze abitative a seguito del suo rinnovamento.
Il quarto capitolo, riprendendo le criticità emerse nei processi di trasformazione di Barcellona, mette in evidenza come la promozione di grandi eventi (sportivi, culturali, ecc.) non sia una politica sufficiente per avviare processi di rigenerazione urbana, nonostante venga spesso considerata una good practice da adottare. Vengono così affrontati i temi della rigenerazione urbana e delle politiche urbane neoliberiste, soffermandosi sui rischi che quest’ultime possono produrre nelle dinamiche socio-spaziali delle città contemporanee (ad esempio la marginalità abitativa e l’erosione dello spazio pubblico).
Il capitolo conclusivo è invece dedicato alle iniziative di innovazione sociale che possono rappresentare una valida alternativa alle good practices nei processi di rigenerazione urbana: grazie al loro ancoraggio alle specificità storico-temporali del territorio su cui vanno ad agire, queste iniziative costituiscono una fonte di apprendimento fondamentale.
Ciò che si vuol far emergere è la possibilità di trarre insegnamento dall’esperienza, attraverso un’analisi dettagliata dei fattori che sostengono o ostacolano una data situazione ed evitando di ricadere in generalizzazioni. La logica delle good practices allude ad un’idea di sviluppo endogeno ma eterodiretto, come replicazione di esperienza in cui viene fatta tabula rasa del territorio, ignorandone tradizioni istituzionali, culturali e sociali.
L'ambito in cui la tesi si sviluppa è quello della geografia urbana, con il sostegno di altre discipline come la sociologia urbana, l’economia urbana e l’urbanistica. Grazie a queste discipline è stato possibile analizzare i fattori culturali, sociali, economici e politici che caratterizzano le città e mettere in relazione questa molteplicità di aspetti.
La ricerca bibliografica si è rivelata tanto complicata quanto fondamentale per la stesura della tesi, poiché non tutti i punti di vista si sono rivelati validi: il vasto materiale prodotto sul “modello Barcellona” ha visto solo negli ultimi anni l’avvento di una letteratura critica. Per molti anni si è considerata l’esperienza della città catalana acriticamente, enfatizzando gli indubbi successi ma sorvolando su alcune problematiche. Il tempo ha invece portato alla ribalta quest’ultime: ecco perchè con questo documento si è voluto mettere in discussione alcune good practices e sottolineare l’indispensabile (ma spesso dimenticata) unicità del rapporto tra l’abitante e il proprio territorio.
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