Into vertical-farm: tra utopia e realtà
Katia Soffia, Manuela Targa
Into vertical-farm: tra utopia e realtà.
Rel. Orio De Paoli, Danila Voghera. Politecnico di Torino, Corso di laurea specialistica in Architettura, 2013
Abstract
I cambiamenti climatici e l’insicurezza sul cibo sono, molto più di una volta, le due maggiori trasformazioni globali che l'umanità sta affrontando in questo periodo; in effetti, il cambiamento climatico si sta sempre più interpretando come la grande causa che sta conducendo alla perdita di sicurezza sulla possibilità di avere cibo per tutti gli abitanti del nostro pianeta.
Ma cosa si sta facendo per evitare che ciò avvenga? Come si stanno comportando in proposito i governi delle grandi nazioni?
Dopo la conclusione della XVI conferenza ONU sui cambiamenti climatici, è stato raggiunto un accordo che prevede la riconferma, dopo il 2012, del "Protocollo di Kyoto”, il quale verrà potenziato fino ad arrivare all’obiettivo di taglio delle emissioni alteranti del clima, entro il 2020, dal 25 al 40%, rispetto alle emissioni del 1990. Inoltre, il Protocollo verrà accompagnato da varie misure finanziarie che si risolveranno in un consistente “Green Climate Found” ed attraverso lo sblocco di trattati strategici (come ad esempio il trattato REED+ sulla protezione delle foreste tropicali).
Ci stiamo quindi avviando verso la riduzione dell'aumento della temperatura del pianeta?
Stiamo per assistere alla concretizzazione del contenimento di quei due gradi oltre i quali si attuerebbero i disastri ambientali previsti da molte guide spirituali dell'ambientalismo?
Purtroppo forse no.
Il fatto è che oggi esiste ancora un forte divario tra previsioni scientifiche e scelte strategiche globali delle organizzazioni mondiali. Infatti, non esiste ancora un legame tra le scelte strategiche globali e le politiche locali, le quali sono poco attuate, in gran parte a causa del prevalere di una visione economicista della crescita delle nazioni, che tende a limitare le iniziative di valorizzazione delle risorse energetiche, produttive e culturali a favore di una prospettiva di sviluppo locale del territorio, la quale include a sua volta una revisione radicale dei nostri modi di progettare, costruire ed abitare.
In questo contesto, la situazione dell’Italia è piuttosto critica. Ciò è dovuto in parte anche a motivi di carattere culturale, dati dal rapporto di dominio assoluto dell’uomo sulla natura. La visione prometeica delle filosofie occidentali rende di diffìcile comprensione il rapporto che l’uomo ha con il paesaggio costruito, ovvero lo stretto legame di dipendenza/cooperazione tra servizi degli ecosistemi ed attività produttive, soprattutto per quelle attività legate al settore delle costruzioni. Pertanto, a causa di questa situazione culturale, le azioni di trasformazione ambientale attraverso piani e progetti alle diverse scale, sono prevalentemente basate sul sostegno discendente, con lo scopo di far avvicinare le popolazioni interessate alle decisioni che le riguardano, ma limitando lo sviluppo di complementarietà ascendente, cioè di quel supporto che parte dai valori e dai problemi ambientali della scala locale per dialogare e interagire con le scale di ordine superiore.
Come si rifornisce di cibo una città?
E’ una delle grandi domande nel nostro tempo, e tuttavia raramente ce la poniamo. Diamo per scontato il cibo. Viviamo in posti fortemente urbanizzati consumando al massimo la percentuale di suolo come fosse la condizione più naturale al mondo, dimenticandoci che dipendiamo dalla natura poiché siamo animali e abbiamo bisogno di mangiare, esattamente come i nostri progenitori. L’aumento di popolazione nei centri urbani porta come conseguenza che il mondo naturale viene trasformato in estesi campi dediti alla sola produzione di cibo per darci da mangiare, ma non sfamano nemmeno noi.
Ogni anno perdiamo 19 milioni di ettari di foresta pluviale per creare nuove terre da arare. Necessitiamo di una grande quantità di combustibili fossili per produrre ogni caloria di cibo che consumiamo in Occidente. E nonostante sia un cibo che produciamo con costi così alti, in realtà non gli di; mo valore. Oltretutto non gestiamo nemmeno correttamente l'alimentazione nel pianeta: ci sono un miliardo di obesi, mentre un altro miliardo muore di fame. Non c’è logica in tutto questo in quanto gli uomini si trasferiscono nelle città e adottano uno stil alimentare che in futuro sarà insostenibile.
Come siamo arrivati a questo punto?
In passato si può notare come le città abbiano fisicamente preso forma dal cibo, mentre l’industrializzazione ha cambiato tutto, portando carni già macellate e verdure già raccolte nelle nostre città.
Per cominciare l’era industriale resi possibile la crescita delle città, in ogni direzione e forma, non vincolando alla conformazione geografica. Questo è proprio il momento in cui I nostra relazione, sia col cibo sia con le città, cambia completamente. Prima vendere e comprare cibo era u evento sociale, ora è un atto anonimo. Non annusiamo il cibo per saper se è buono da mangiare ma guardiamo l’etichetta sul retro del pacchetto, non diamo valore al cibo e non ci fidiamo di esso, lo temiamo, invece di dargli valore, lo gettiamo via. Un delle grandi ironie dei moderni sistemi alimentari è che hanno reso molto più difficili proprio quelle cose eh promettevano di rendere più facile rendendo possibile la costruzione di città in qualunque posto e modo, in realtà ci hanno allontanato dalla nostra relazione più importante: quella con la natura.
Cosa dobbiamo fare?
Siamo parte di un sistema. Esistono progetti comunitari dove si insegna una sana educazione civica e alimentare ai più piccoli, l'origine del cibo e la sua importanza, come coltivare il loro cibo, unita alla riscoperta di alcuni valori tradizionali, come il pasto consumato tutti insieme attorno ad un tavolo (specie a cena quando si ha tempo), che consentirebbe ,con tutta probabilità, di invertire la rotta e ridimensionare la gravità degli scenari futuri. In breve, basta voltarsi e fare un passo indietro nel tempo, per riscoprire il valore del cibo, non solo come alimento in sé, ma anche come prodotto del lavoro dell'uomo e della natura, elemento di condivisione, partecipazione e appartenenza ad un territorio e alle sue tipicità. Se questa consapevolezza esiste già, a piccoli pezzi, ovunque, il trucco sarebbe quello di metterli in contatto, per usare il cibo come punto di vista. Sappiamo che siamo quello che mangiamo. Dobbiamo arrivare alla consapevolezza che anche il mondo è quello che mangiamo.
Come possiamo utilizzare il design per cambiare il nostro rapporto con il cibo urbano?
Progettando le nostre città, i nostri spazi pubblici e privati, i nostri ospedali e le scuole avendo il cibo in mente, siamo in grado di facilitare questa rivoluzione per rendere gli alimenti una parte visibile della vita urbana, in modo che ci permetta di fare quel primo passo fondamentale: eliminare la distanza fìsica / concettuale tra noi e il nostro cibo.
È interessante notare che i progettisti e gli architetti stanno cominciando ad essere coinvolti in progetti di sicurezza alimentare, un dominio normalmente dominato da agronomi, biologi e ingegneri.
Gli architetti hanno certamente il potenziale per ripensare le nostre città come produttivi paesaggi alimentari efficienti, ma dobbiamo anche iniziare in piccolo, sfruttando la potenza di questi movimenti di base e la progettazione in modo che i loro sforzi si integrino meglio nella comunità, possiamo cominciare a educare abitanti delle città, colmare il divario tra consumatore e produttore, e rendere la produzione / distribuzione del cibo parte della conversazione della vita urbana. Solo allora il cibo può diventare la lente attraverso la quale possiamo discutere e progettare le nostre città del futuro.
L’agricoltura è stata al centro di tutti i grandi cambiamenti nella civiltà e sicuramente il primo elemento ad un futuro nuovo e migliore si trova nelle aziende agricole, la fonte di nutrizione umana. L’agricoltura è spesso visto come un campo bidimensionale piatto, ma è piuttosto un ambiente tridimensionale. Gli abitanti della città vivono distanti dall’ecologia ma essa è alla base della loro sussistenza.
La Vertical Farm è una delle soluzioni ma le possibilità sono infinite.
A parte le sfide economiche e tecnologiche, la Vertical Farm richiede cambiamenti di paradigma futuri. La sfida più difficile risiede nella difficoltà di accettazione del cambio abbastanza radicale di abitudini da parte della popolazione e nella necessità di una compartecipazione sociale che crei una microsocietà non gerarchica all’interno della struttura.
Si tratta di una grande idea che è ora di attuare per portare il cibo locale alle comunità, ridurre le emissioni di C02 e risparmiare acqua e suolo. Anche se non dovrebbe essere vista come una sostituzione completa del settore dell’agricoltura tradizionale, si tratta di un’alternativa e ha senso che funzioni quando è fatta in modo realistico.
Una proposta interessante potrebbe esser quella di riconversione di vuoti urbani, ex stabilimenti industriali o commerciali, in aziende agricole per la coltivazione verticale anziché lasciarli ad un triste declino per poi demolirli.
L’ex stabilimento della Thyssenkrup rappresenta un’opportunità intere sante.
Noi non vorremmo perdere la mi moria storica di questo luogo, sia per quel che riguarda la pratica agricolo che si svolgeva sul territorio, sia per quanto concerne l’evento drammatico che ha segnato l’intera città, rivorremmo riqualificare questa pali di Torino offesa riportando con continuità la primaria funzione agricola di luogo.
Abbiamo quindi immaginato un luogo nuovo in città; un posto dove si produce un’alimentazione sana, dove fa ricerca per garantire la sicurezza alimentare, dove si impara a conoscere e gustare.
Un posto pensato per ospitare la qualità, che non inquini e non sprechi, due passi dalle nostre case, che annulla la distanza fra il luogo di produzione e quello dove si consuma. Concludendo la vertical farm si presenta come un edificio urbano multilivello di significative dimensioni che integra l’intera filiera agro- alimentare divenendo il motore di una catena di valori integrata per la progettazione di una comunità ,con una comunità per essere parte di un fine comune.
Relatori
Tipo di pubblicazione
URI
![]() |
Modifica (riservato agli operatori) |
