Quo vadis? Analisi per l'orientamento e il wayfinding nei luoghi di cura
Silvia Marello
Quo vadis? Analisi per l'orientamento e il wayfinding nei luoghi di cura.
Rel. Anna Marotta. Politecnico di Torino, Corso di laurea specialistica in Architettura, 2012
Abstract
Questa tesi nasce dalla volontà di proseguire un'esperienza intrapresa durante la carriera universitaria, riguardante per l'appunto l'orientamento all'interno dell'Ospedale pediatrico Regina Margherita, della quale, grazie anche all'entusiasmo della Prof. Anna Marotta, mi sono appassionata e ho cercato di renderla qualcosa di più concreto.
Nell'affrontare questo argomento, non mi sono posta con la presunzione di chi potesse dire qualcosa di nuovo o sensazionale, ma semplicemente volevo presentare un lavoro che fosse chiaro e di semplice lettura, ponendo l'attenzione su una tematica ancora troppo poco presa in considerazione nel nostro paese.
Il wayfinding, infatti, sia dal punto di vista teorico, che della sua applicazione all'interno degli spazi pubblici, in Italia è poco presente, ma affonda le sue radici nel mondo anglosassone. Molto frequentemente si sente parlare di umanizzazione degli ospedali, e spesso si fa riferimento a interventi di "abbellimento" delle strutture sanitarie, o nella migliore delle ipotesi a interventi che mirano a migliorare le condizioni in cui si trovano gli utenti. Proprio in considerazione di questo, mi sento di poter affermare che anche gli interventi mirati ad un progetto di wayfinding possono essere considerati interventi di umanizzazione. Se con wayfinding s'intende l'abilità di una persona di determinare mentalmente la sua posizione attraverso una rappresentazione dell'ambiente realizzata per mezzo di mappe cognitive, ossia la capacità di un individuo di raggiungere una destinazione, allora questi interventi sono anch'essi mirati, come quelli di umanizzazione, a rendere la struttura ospedaliera meno ostile per l'utenza, permettendole di comprenderla, riconoscersi in essa e quindi muoversi al suo interno senza rimanere disorientati.
Il titolo della tesi "Quo vadis?" mira proprio a evidenziare come l'orientamento non sia un problema secondario in nessuna di quelle strutture nelle quali è previsto un afflusso di persone, che non possiedono una precedente esperienza di quel luogo. Quando entriamo, infatti, per la prima volata in un ospedale, un museo, un aeroporto, un qualunque edifìcio pubblico, la prima domanda che ci poniamo è "dove vado?".
La valutazione dell'accoglienza o meno di una struttura, deriva, infatti, non solo dalla forma architettonica, dai colori, dalla luce, ma anche, e soprattutto, dalle sensazioni che essa trasmette all'utenza attraverso il sistema informativo. Se essa permette una chiara lettura di tutte le sue componenti, lasciando libero l'utente di muoversi al suo interno in piena autonomia, l'esperienza che l'utente avrà di essa sarà positiva. Al contrario una struttura viene percepita negativamente quando risulta ostile verso l'utente, perché non consente una sua chiara lettura, lasciando il visitatore al suo interno in balia di se stesso, senza punti di riferimento, o una via chiara da seguire.
Nella prima parte di questa tesi si è quindi cercato di esaminare il wayfinding da un punto di vista scientifico, analizzando le trattazioni presenti sul tema, per arrivare alla definizione, data da Arthur Passini, delle linee guida che è necessario seguire per un progetto di wayfinding. Sono infatti numerose le variabili che intervengono in un progetto di questo tipo, e particolare attenzione va posta all'utenza, alle sue esperienze e agli aspetti psicologici che li caratterizzano. Un sistema di wayfinding si basa, infatti, sulla capacità che gli individui hanno di interpretare e comprendere lo spazio che ci circonda, di ricavare da esso degli indizi che li agevolino nella redazione di mappe cognitive, volte alla determinazione del percorso da seguire al fine di raggiungere la destinazione desiderata.
Per descrivere l'orientamento spaziale, o per usare il più appropriato termine wayfinding, come spatial problem-solving bisogna includere un numero di abilità cognitive responsabili dei processi informativi, della presa di decisioni, e anche per la trasformazione delle decisioni in azioni comportamentali. Nessuna di queste abilità cognitive può essere cruciale per il successo o il fallimento nel cercare una destinazione. È indubbio quindi che, trattandosi di un processo cognitivo molto complesso, l'attenzione che i progettisti devono porre nei suoi confronti deve essere costante e sempre presente.
L'osservazione dell'evoluzione nel tempo delle strutture sanitarie permette di comprendere con quali criteri esse siano organizzate al loro interno e di constatare che, indubbiamente, una tipologia edilizia a padiglioni, rispetto ad una a torre, facilita notevolmente non solo lo studio di un progetto di wayfinding, ma anche l'orientamento al suo interno in assenza di un sistema informativo adeguato. Ciò grazie alla possibilità di reperire informazioni dall'ambiente circostante e quindi per l'utenza rimane più semplice crearsi una mappa mentale dell'ambiente.
Ciò che contraddistingue una struttura ospedaliera dalle altre strutture pubbliche, in cui è necessario un progetto di wayfinding, è l'utenza. Questa, infatti, presenta una condizione psicologica alterata, o per la presenza della malattia o per lo stress derivante dall'avere un caro ammalato, fattore che influenza in modo marcato la percezione che questi soggetti hanno dell'ambiente che li circonda e del sistema di orientamento presente nella struttura. La loro priorità è raggiungere la destinazione nel minore tempo possibile, senza preferibilmente essere dipendenti da terze persona che forniscano indicazioni.
A questo scopo si è cercato di individuare quali fossero i maggiori punti problematici all'interno di una struttura sanitaria, al fine di un adeguato progetto di wayfinding. I percorsi esterni unitamente ai parcheggi, l'atrio e i percorsi interni costituiscono, infatti, le tre fasi di avvicinamento e scoperta della struttura. Esse devono, oltre a rispondere a richieste di tipo unicamente funzionale, essere pensate in modo unitario e coerente, al fine di creare come un filo invisibile che conduce l'utente dalla sua posizione verso la destinazione, senza mai lasciarlo solo o renderlo incapace di muoversi.
Oltre ai sistemi segnaletici, sono moltissimi gli elementi che possono concorrere a determinare un progetto di wayfinding, il colore, l'illumuiazione, l'arredo, i materiali, le viste e l'arte, sono, infatti, componenti se volgiamo secondarie rispetto al pannello informativo, che non può mai mancare, ma che permettono di creare un progetto unitario che crei quel filo invisibile che accompagna l'utente all'interno della struttura.
I visitatori e i pazienti ambulatoriali, il cui contatto con l'ospedale è limitato nel tempo, giudicano l'adeguatezza e l'efficienza dell'intera struttura attraverso l'impressione ricevuta a livello di immagine degli spazi comuni, degli arredi e dei materiali. Il colore è quindi un elemento importante nella formulazione di questo giudizio e fondamentale per la riconoscibilità degli spazi e l'orientamento nei percorsi.
Il colore nei percorsi può assumere un forte valore di segno orientante soprattutto se integrato a un sistema segnaletico completo. In genere il sistema dei percorsi di un ospedale, anche se lineare, può risultare disorientante e confuso: gli spazi sono molto ampi, privi di arredo e di qualsiasi elemento di caratterizzazione, così da apparire da un lato sovradimensionati e dall'altro sotto utilizzati. Il colore può essere in questo caso usato come elemento di riqualificazione e caratterizzazione dell'ambiente, facilitando la riconoscibilità e l'orientamento.
In ospedale il contatto visivo con l'ambiente naturale ha un forte valore di distrazione dalla propria condizione di fragilità, richiamando l'attenzione su qualcosa che è posto, anche fisicamente, fuori da se stessi, dalla malattia dai luoghi di cura. In questo senso le viste su giardini e spazi attrezzati a verde rappresentano la possibilità di stabilire un'effettiva continuità con il mondo esterno, rassicurando l'individuo e stimolando la sensazione si appartenenza al ciclo naturale della vita, oltre a costituire dei punti di riferimento per l'orientamento all'interno della struttura.
Come vedremo, tra gli elementi che possono facilitare l'orientamento, vi è anche l'arte. L'inserimento di forme d'arte all'interno dell'ospedale oggi è considerata importante perché rende diversa la percezione dell'ambiente non solo per i malati, ma anche per chi vi lavora, sviluppando motivazione, coinvolgimento e senso di appartenenza. Al fine di un'efficace progettazione è importante che l'inserimento dell'arte all'interno dell'ospedale abbia inizio con un confronto integrato tra architetti e artisti. H ruolo dell'opera all'interno dello spazio architettonico, non si limita, infatti, all'umanizzazione dello spazio, ma rappresenta un modo efficace per facilitare l'orientamento e il riconoscimento dei luoghi, spesso uguali e ripetitivi.
La cosa importante è che qualora siano usati più elementi (arredo, materiali, colore, luce, viste, arte, segnaletica), questi devono essere coordinati tra di loro, e realizzati in modo coerente rispetto al sistema segnaletico, in caso contrario, non solo, non costituiscono un valore aggiunto per il sistema di wayfinding, ma possono determinare situazioni d'mcoerenza provocando disorientamento nell'utenza.
Dalle strutture sanitarie più in generale, nella terza parte di questa trattazione, si è passati ad analizzare le strutture pediatriche, ponendo particolare attenzione al bambino, principale utente di queste strutture. Si è quindi osservato come essi percepiscono lo spazio, l'ambiente ospedaliere, i colori e il loro rapporto con la condizione della malattia. Nel caso dei bambini è molto importante la scoperta degli ambienti attraverso esperienze multisensoriali. Contrariamente a quanto accade per gli adulti, per i quali l'atto del toccare è generalmente ritenuto sconveniente, per i bambini, specie per i più piccoli, la percezione attraverso il tatto rappresenta una modalità fondamentale di conoscenza dell'ambiente che li circonda, oltre a costituire un importante fattore per il loro benessere psicoemotivo. Ugualmente, l'inserimento di stimoli olfattivi e uditivi, all'interno delle strutture, oltre a determinare un'esperienza ludica della struttura da parte dei piccoli pazienti, distogliendo l'attenzione dalla loro condizione di malattia, contribuiscono a migliorarne la conoscenza e la percezione che essi hanno dell'ambiente che le circonda. A supporto e per confutare quanto detto sino ad ora, sono stati analizzati alcuni casi studio, che non si limitano all'ambiente ospedaliere, ma che spaziano nell'ambito degli edifici pubblici, nei quali l'attenzione per l'utente è stata posta in primo piano. Come nel caso delle basi teoriche, anche dal punto di vista della loro applicazione vediamo come in Italia questo tipo di attenzione, volta a migliorare l'orientamento degli individui all'interno degli spazi, non ha ancora preso molto piede. Per comprendere la complessità delle operazioni di wayfinding all'interno delle strutture ospedaliere, si consideri l'esempio riguardante l'orientamento negli aeroporti. L'utente medio che entra in una di queste strutture possiede una mappa mentale dell'ambiente, ovvero uno schema spaziale, costruito con l'esperienza, che gli consente in un certo qual modo di collocarsi e muoversi tra e varie aree. Il passeggero saprà, infatti, che in prossimità dell'ingresso troverà i banconi del check-in, cui seguiranno i controlli di sicurezza, per poi infine giungere agli imbarchi (gates). Gli aeroporti, infatti, presentano uno schema distributivo piuttosto comune, fatto di aree ben definite e step successivi. Al contrario, non esiste un layout generale che accomuna l'organizzazione degli ospedali. La mancanza di un layout comune negli ospedali comporta forti ripercussioni in relazione ai processi di wayfinding. Orientarsi in assenza di una mappa mentale di supporto fa sì che nel momento dell'ingresso in un ospedale l'ambiente risulti "poco familiare", con l'assenza o quasi di punti di riferimento psicologici per l'utente che aiutino la propria localizzazione e la ricerca della destinazione. A ciò vanno aggiunte le forti situazioni di stress cui sono soggetti pazienti, familiari o visitatori nel loro approcciarsi a una struttura sanitaria. La situazione è poi ancora più delicata se si tratta di strutture pediatriche, poiché si deve porre particolare attenzione ai bambini, che in alcuni casi si vedono costretti a crescere all'interno di queste strutture. Si è quindi infine proposto un progetto di wayfinding per l'Ospedale pediatrico Regina Margherita di Torino. A seguito di numerosi sopraluoghi effettuati su questa struttura è, infatti, emerso che sono numerose le problematiche che gravano su di essa dal punto di vista dell'orientamento, sia all'esterno sia al suo interno.
L'età dell'edificio, i numerosi interventi di adeguamento tecnologico e funzionale resi necessari durante gli anni, hanno portato questa struttura ad avere numerose incongruenze nel sistema informativo, se non addirittura mancanze in alcuni casi. La mia proposta di progetto si pone con l'obiettivo di creare un sistema che sia funzionale alla struttura ma allo stesso tempo renda l'ambiente più famigliare e meno ostile per l'utenza, con un'attenzione particolare volta ai bambini. Nel fare ciò, si è cercato di tenere anche in considerazione l'aspetto economico dell'intervento, in modo da consentire la sua possibile effettiva realizzazione. Ma, cosa più importante, l'intera tesi ha come obiettivo quello di porre l'attenzione su di un tema forse ancora troppo poco preso in considerazione, per il quale la figura dell'architetto può fornire un aiuto concreto e sostanziale.
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