Adeguamento liturgico e conservazione della memoria degli edifici di culto
Michela Bacciarini
Adeguamento liturgico e conservazione della memoria degli edifici di culto.
Rel. Emanuele Romeo, Michela Benente. Politecnico di Torino, Corso di laurea specialistica in Architettura, 2010
Abstract
Le ricerche in campo architettonico e le loro realizzazioni hanno, o dovrebbero avere, come scopo primario quello di rendere praticabili le funzioni a cui è deputato l'edificio che si deve costruire: la funzionalità è essenziale sia che si parli di un edificio privato che di uno pubblico.
L'architettura civile si è adeguata alle esigenze sempre maggiori di una comunità in continuo sviluppo e, avendo l'opportunità di servirsi, con una certa libertà, dei nuovi materiali e delle tecniche innovative che lo sviluppo tecnologico le ha offerto nel corso dei secoli, ha contribuito a mutare sostanzialmente l'aspetto delle nostre città. L'architettura delle chiese si è dovuta adeguare, invece, sia nelle strutture esterne degli edifici, sia in quelle interne, non tanto alle esigenze della comunità dei credenti, quanto a quelle della liturgia dominante nei vari periodi della storia.
All'architetto è sempre stato prescritto quello che "doveva" essere l'edificio sacro, non quello che "avrebbe dovuto essere". Gli è stata lasciata l'invenzione spaziale, la ricerca della migliore soluzione stilistica e strutturale, ma ha sempre avuto la consapevolezza di poter operare solo su modelli architettonici precisi e codificati, in un campionario piuttosto circoscritto di soluzioni, cosa che ha permesso al committente (in genere un vescovo, un arcivescovo o un pontefice) di "vedere" la struttura organizzativa dell'edificio prima ancora che esso trovasse una sua compiuta espressione progettuale.
Mutamenti culturali e prassi liturgica hanno, infatti, inciso in maniera rilevante sulla configurazione delle chiese, ma, fondamentalmente, l'assetto interno degli edifici sacri non ha subito cambiamenti sostanziali perché imposto da una liturgia rimasta, nel complesso, immutata, che prevedeva una netta separazione tra celebrante e comunità. Tale divisione è chiaramente evidenziata, in quasi tutte le chiese cattoliche costruite sino agli anni Sessanta del secolo scorso, dalla lunga navata che porta dall'ingresso all'altare maggiore, addossato alla parte dell'abside, verso il quale il sacerdote si rivolgeva nell'atto della celebrazione, dando così le spalle ai fedeli; da un presbiterio, a volte sopraelevato rispetto al resto dell'aula, circondato, molto spesso, da una balaustra che segna, anche spazialmente come barriera architettonica, la separazione tra i chierici, deputati alla celebrazione del rito, e la folla dei fedeli. La situazione cambia radicalmente quando il Pontefice Giovanni XXIII, in un mondo dominato dal boom economico, dal consumismo e da un sempre maggiore distacco dell' uomo dalla fede, convoca il Concilio Vaticano II, destinato a costituire un momento di rinnovamento rivoluzionario nella storia della Chiesa. Frutto dei lunghi anni del Concilio è una nuova liturgia, un nuovo modo di intendere il rapporto tra clero e popolo dei credenti, soprattutto nel momento più importante per un cristiano, cioè la celebrazione della Messa, del sacrificio dell'Eucarestia.
Relatori
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