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Cordeschi, Cristina

Progettare per la città: il complesso delle ex-fabbriche CEAT.

Rel. Silvia Gron. Politecnico di Torino, Corso di laurea in Architettura, 2004

Abstract:

L' architettura industriale richiede spazi interni il più possibile sgombri ed aperti, quindi esclude tramezzi, celle, corridoi, presentandosi con spazi immensi e liberi, fortemente suggestivi.Mentre le chiese ed i palazzi hanno, per definizione, una continuità d'uso, le fabbriche spesso nascono per ragioni contingenti, sono affidate alla precarietà di un sistema legato alla libera e quindi spietata concorrenza; a causa della differenza dei sistemi di lavorazione le loro strutture murarie sono mal riciclabili; l'abbandono è in genere l'espediente più facile, abbandono che in genere diviene definitivo a causa della fragilità delle vetrate e dei tetti, contribuendo ad una degenerazione che sfugge ad ogni possibilità di manutenzione ordinaria. Perlopiù abbiamo a che fare con dei contenitori svuotati, spesso spettacolari e bellissimi. Demolirli perché non si sa quale funzione attribuirgli sarebbe uno spreco, ed inoltre il fatto che gran parte di questi edifici non abbiano dívisori all'interno, li propone come edifici moderni, e del resto le funzioni degli edifici cambiano spesso nel tempo. Uno studio riguardo il fenomeno industriale è giustificato dalla necessità di riconoscere il valore di una fase storica, quella che va dalla fine dell'Ottocento alla piena metà del Novecento, che ha segnato l'immagine della città e il suo successivo sviluppo, non meno del periodo sabaudo. In questa direzione nasce un sempre più sentito interesse verso il patrimonio, industriale che mediante una semplificazione viene denominato archeologia industriale. Le difficoltà che questa nuova area di studio incontra sono causate da carenze di tipo disciplinare in merito al rapporto tra i concetti di contenuto e contenitore; diversi sono gli orientamenti teorici, ma l'interesse prevale per quelle aree e oggetti che sanno diventare elementi non secondari all'interno di un processo di trasformazione che li converta in centri di produzione culturale (in Torino si hanno i casi del Lingotto, della Manifattura Tabacchi). La tendenza dell'attuale sviluppo cittadino, alla luce delle linee del nuovo Piano regolatore che nelle aree dismesse individua la possibilità di localizzazione di tutte quelle funzioni di cui Torino necessita per la sua crescita e trasformazione futura, impone una tempestiva definizione del problema e la precisazione di un metodo di intervento che possa fruire degli spazi dismessi, senza violarne l'originaria identità. In quest'ottica si inserisce il progetto di riconversione di una parte del complesso delle fabbriche della CEAT, quello che insiste sull'isolato compreso fra le vie Pisa (chiusa però al traffico lungo tutto il lato della fabbrica, e divenuta parcheggio del fabbricato Italgas ad essa contiguo) e Parma a sud e a nord, e toccato sui due lati contrapposti dagli assi importantissimi di corso Regio Parco e corso Palermo, che insieme al lungo Dora e più a nord corso Novara, rappresentano le tracce più importanti ed evidenti dell'impostazione urbanistica di questa porzione di città. II progetto prevede la riapertura della via Pisa sul largo Palermo, ma solo al passaggio pedonale, continuando idealmente l'operazione attuata lungo la stessa direttrice all'altezza del ponte Rossini, dove un piacevole percorso semi-pedonale attraversa le vie Pisa, Reggio, Cagliari, attestate sull'esedra di Largo Rossini. Il percorrimento di via Pisa, in alternativa al passaggio lungo la Dora per raggiungere corso Regio Parco, da corso Palermo, offre dunque una inaspettata apertura a livello strada di uno spazio aperto, quasi una piazza urbana, che rende permeabile il complesso ai visitatori intenzionali ed ai passanti, in parte coperta e in parte solo protetta da strutture brises-soleil, con parti attrezzate per la sosta e parti trattate a giardino (il cavedio fra i due corpi attestanti su corso regio Parco, allargato di due moduli, diventa infatti una corte interna, su cui si affaccia il ballatoio che serve il primo piano ) che fungono da piacevole via di fuga per lo sguardo. Il progetto nasce dall'intento di restituire alla città, ma in particolar modo al quartiere che negli ultimi 25 anni ha vissuto l'intero isolato come un monolite da aggirare, quasi un ostacolo alla relazione tra i corsi Palermo e Regio Parco, uno spazio che sia invece penetrabile, visitabile, vivibile e fruibile sia per chi, interessato ai servizi in esso inseriti, vi si diriga con precisi intenti, ma anche da chi, percorrendo corso Regio Parco venisse incuriosito da una prospettiva nuova e decidesse di attraversare gli spazi liberati al piano terreno, che fungono ora da piazza coperta, spazi di relazione ed al contempo da atrio di accesso alla biblioteca. Snodo di distribuzione, ma anche spazio di relazione, dunque, da cui si diramano una serie di percorsi definiti da passerelle sospese che attraversano l'atrio a livello del preesistente piano primo, e che a questo livello collegano la sala lettura voltata al resto della biblioteca, oppure al piano superiore rendono accessibili i tetti, altro spazio di relazione e di pausa attrezzato per i fruitori della biblioteca, sovrastato dal punto panoramico del progetto: un volume cubico in cemento armato, che fungeva da serbatoio d'acqua, sovrastante la struttura, che offre una seducente vista sulla città, ed è servito da una ascensore, fin dal livello seminterrato. Stabilite le coordinate di riferimento, gli assi su cui il progetto insiste (l'attestamento su largo Palermo e la trasversalità rispetto a Corso regio Parco), conservate le strutture originarie, almeno nella loro ossatura, resi evidenti i nuovi interventi, rispettata l'assialità dei vari corpi che costituiscono il complesso, il progetto di rifunzionalizzazione di quest'area prevede destinazioni diverse, che lo vedono attivo durante l'intero arco della giornata. L'area ex-Ceat , infatti, complice la estrema flessibilità della sua struttura e il buono stato di conservazione, ospita un residence universitario, con servizi ad esso connessi, una biblioteca pubblica, gallerie di esposizione, sala auditorium e audiovisivi, sala conferenze, utilizzabile anche eventualmente da un'utenza esterna.

Relatori: Silvia Gron
Parole chiave: Fabbrica - Complesso Ceat
Soggetti: A Architettura > AK Edifici e attrezzature per l'industria
Corso di laurea: Corso di laurea in Architettura
URI: http://webthesis.biblio.polito.it/id/eprint/144
Capitoli:

1 Il fascino dell'archeologia industriale

1.1 II patrimonio urbanistico ed architettonico delle aree industriali dismesse.

1.2 II valore contenuto nei vuoti.

1.3 Le dimensioni della dismissione.

1.4 I luoghi dell'archeologia industriale a Torino.

2 Le aree industriali e la città

2.1 1861/1884: dall'Unità d'Italia all'Esposizione Nazionale.

2.2 1885/1898: tra le due esposizioni.

2.3 1899/1911: dalla fondazione della Fiat all'Esposizione Internazionale e dell'industria.

3 Gli ex stabilimenti Ceat ed il loro contesto

3.1 Il fiume Dora e l'immaginario urbano.

3.2 II quartiere Aurora: note storiche.

3.3 Trasformazioni dell'area dagli inizi del `900 ad oggi.

3.4 La fabbrica: caratteri architettonîci e relazioni con il tessuto urbano.

3.5 Allegati: -documentazione da archivio edilizio - documentazione fotografica - tavole di rilievo

4 Proposte per una riqualificazione dell'area

4.1 Inquadramento normativo.

4.2 Proposte da PRG e indicazioni sulle possibili trasformazioni.

4.3 Allegati: - estratto di Carta Tecnica - estratto di PRG

5 II progetto

5.1 L'impianto generale.

5.2 La biblioteca.

5.3 II residence universitario.

5.4 Allegati - tavole di progetto.

6 Bibliografia tematica

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